Scrittura & Scritture - Rassegna stampa - Un sorso di arsenico

Se si leggono libri come si stanno ad ascoltare gli amici, ciò che si legge allieterà e consolerà come soltanto gli amici sanno fare.

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Un sorso di arsenico

Adriana Assini

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L’acqua tofana divenne celebre intorno alla metà del XVII secolo, quando ad opera di una cortigiana e fattucchiera, Giulia Tofana, l’utilizzo di questo preparato velenoso incolore e inodore (del tutto simile all’acqua appunto) si diffuse fra Palermo, Napoli e Roma quale “rimedio” in uso fra le donne d’ogni rango e provenienza sociale per liberarsi, senza lasciar traccia che potesse suscitare sospetto, dal giogo d’un consorte di volta in volta troppo violento, tirannico o ubriacone.

Sul conto di Giulia Tofana (o Toffana) non si hanno notizie certe, ma con tutta probabilità nacque a Palermo e fu figlia d’arte, se una tale espressione può considerarsi consona per una donna che apprese i primi rudimenti dell’arte delle “pozioni” dalla madre che uccise suo marito proprio per avvelenamento. Crescendo, Giulia affinò le sue capacità grazie alle frequentazioni intrattenute con i farmacisti della città, che seduceva grazie all’innegabile avvenenza. Arrivò a perfezionare, quindi, la sua mistura a base d’arsenico, a tal punto da renderla irrintracciabile nel cadavere del malcapitato di turno. Ben presto la sua fama la rese ricca e tristemente nota finché, nella città di Roma, Giulia Tofana venne imprigionata a seguito dell’accusa scagliata nei suoi confronti da un uomo scampato all’attentato orchestrato ai suoi danni dalla moglie, in concomitanza con il diffondersi della voce che la voleva artefice dell’avvelenamento delle acque della capitale. Processata dal tribunale dell’Inquisizione, Giulia, affatto pentita delle sue azioni, confessò che la sua acqua tofana aveva causato perlomeno seicento decessi.

All’autrice di Un sorso d’arsenico, Adriana Assini, dobbiamo render merito per aver portato alla luce una vicenda dal fascino tanto oscuro quanto contraddittorio (che non mancò di esercitare la sua influenza persino su Mozart che negli ultimi anni di vita, mentre lavorava alla messa da requiem che prese poi il nome di “Requiem per se stesso”, era ossessionato dall’idea di essere stato avvelenato proprio con l’acqua tofana).

All’ombra del pontificato di papa Urbano VIII, della dominazione spagnola e della longa manus della corrotta “Santa Inquisizione” si consumano le vicende che vedono protagonisti Giulia Tofana, frate Nicodemo invaghitosi di lei, e il nobile palermitano Manfredi, mosso da vero amore per la bella fattucchiera e meretrice. In fuga dalla Sicilia, devastata da un’epidemia di peste, Giulia accetta la proposta di Nicodemo che vuole condurla nella città papale per proteggerla e prendersi cura della sua anima sempre in bilico fra due opposte e inconciliabili tendenze: un sincero pentimento e la sprezzante convinzione d’essere investita d’una missione di libertà. Libertà che suona, in questo caso, come una sorta d’emancipazione tutta femminile dai soprusi e dalle violenze dell’uomo.

Quanto ne emerge è un agile romanzo storico, fedele nel linguaggio quanto nella lettura della psicologia dei personaggi principali (fra i quali senza dubbio spicca la figura combattuta di Nicodemo, vera chiave di lettura e specchio dell’eterno conflitto fra sacro e profano, onestà e ipocrisia) che non manca di coinvolgere anche il lettore meno avvezzo alla narrativa di genere.
Giulia è una donna che mantiene integra un’onestà intellettuale impensabile per una “fattucchiera” dedita al vizio e all’inganno, lasciando trasparire in lei un’identità morale perfettamente integra e coerente, che va a contrapporsi con fierezza (a testa alta) alle aberrazioni di un intero periodo storico, simbolicamente rappresentate dalla doppiezza di Nicodemo.

Un buon romanzo, in conclusione, che avremmo definito “notevole” se solo i dissidi tutti interiori della protagonista avessero trovato uno spazio maggiore nell’equilibrio complessivo dell’opera.

Rutiglianoweb.it

Un sorso di arsenico, (Scrittura e Scritture, 2009),  storia di amore e crimini di Giulia Tofana, meretrice e fattucchiera, donna sfrontata, opportunista e ribelle abituata a fare illecito uso della sua bellezza, vendere il suo corpo e mettere a punto la formula di un micidiale veleno  a base d´arsenico per vivere e seguire un sogno a lei negato.

La storia è inizialmente ambientata nel ventre della Palermo del 1600, tra sporcizia e miseria, tra tetti sfondati e pavimenti umidi, una Palermo dall’aria malsana dalla quale la protagonista dovette sfuggire sia perché aveva causato la morte del padre del giovane Barone Manfredi di cui era innamorata, sia perché perseguitata dalle inchieste della Santa Inquisizione sulle tanti morti sospette.  Si trasferisce quindi a Napoli e successivamente nella barocca Roma di Papa Urbano VIII, dove  Giulia si avventurerà  tra esecuzioni di piazza e mirabolanti feste alla moda  della città eterna, realizzando il sogno di diventare una dama onesta e rispettata.

La narrazione è avvincente e di ispirazione fiabesca,  vivide sono le descrizioni dei paesaggi  e della figura femminile protagonista della narrazione: una seria killer ante litteram  che gioca con  la morte e se ne prende gioco, vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo e seguendo unicamente il proprio istinto di sopravvivenza, cercando nuovi e pericolosi ostacoli per mettersi alla prova e sentirsi immortale.

Un'opera  icastica e viva in cui pittura e scrittura, i due “amori cresciuti insieme” come li ha definiti la scrittrice, sembrano fondersi.

Maria Pesce

Foggia & Foggia
Storia di una serial killer in un 'Sorso di Arsenico´
L´ultimo romanzo di Adriana Assini. Femminile al plurale, ciclo di incontri presso la libreria Ubik

In occasione della settimana dedicata alla donna, presso Ubik il 4 marzo scorso, inaugurazione della rassegna Femminile al Plurale. Il ciclo degli incontri é iniziato con la presentazione del romanzo Un sorso di arsenico di Adriana Assini, scrittrice e acquarellista di fama internazionale che tra storia e leggenda, crimini e amori, narra la storia di una bella ragazza palemitana, Giulia Tofana, vissuta nel XVII secolo, che per vivere e seguire un sogno a lei negato, vendeva il suo corpo e delle pozioni velenose a base d´arsenico.
Hanno introdotto il romanzo e conversato con la scrittrice due docenti della Facoltà di Scienze della Formazione dell´Università di Foggia, Antonella Cagnolati, insegnante di Storia dell´educazione e Letteratura per l´infanzia e Rosa Parisi, docente di Antroplogia delle culture del mediterraneo e Etnologia europea. Hanno fatto da scenografia alla presentazione la retrospettiva delle opere artistiche della Assini, con colori e immagini favolose, creando un atmosfera surreale (in foto da sinistra la prof. Antonella Cagnolati, la scrittrice Adriana Assini e la prof. Rosa Parisi).
Questa incredibile storia ha inizio nei vicoli bassi della Palermo del 1600 per poi proseguire in altre importanti città italiane tra cui Napoli, in cui si osserverà il miracolo di San Gennaro e Roma, città eterna, dove Giulia inseguirà il sogno di diventare una dama onesta e rispettata. 'La narrazione' afferma Cagnolati 'è avvincente, così come sono vivide le descrizioni dei paesaggi e dei dettagli. La protagonista, costruita a tutto tondo, meretrice e fattucchiera, una ragazza che per sfuggire alla miseria vendeva sia il suo corpo che il veleno da lei ideato, nello stesso tempo fragile e preda di un amore impossibile per il giovane Barone Manfredi, dal quale dovette fuggire, sia perchè ne aveva causato, anche se indirettamente, la morte del padre, sia perchè perseguitata dalle inchieste della Santa Inquisizione, sulle tanti morti sospette. Si constata nel romanzo, l´abilità dell'artista unita alla grandezza della scrittrice, un'opera in cui pittura e scrittura si fondono'.
Adriana Assini descrive 'Giulia Tofana come una Venere plebea scolpita in marmo pario, che fa illecito uso della sua bellezza e capace di mettere a punto la formula di un micidiale veleno'. La scrittrice parla del suo percorso creativo, affermando che 'pittura e scrittura sono due amori cresciuti insieme: da piccola ero una bambina sensibile che avvertiva il linguaggio delle cose e ne comprendeva il senso. Amavo i colori e le favole, considerandoli strumenti adatti a rappresentare la bellezza che, per me, erano già sinonimo di serenità, di amore, di armonie'.
Colta e raffinata, artista sensibile e delicata, Assini vanta un curriculum di tutto rispetto: i suoi romanzi, come le sue mostre, in Italia e all´estero, suscitano consensi di pubblico e di critica. Nella scrittura e nella pittura, la medesima dimensione fiabesca in una lettura controcorrente della realtà evidenzia una costante tensione metaforica e l´aspirazione a colmare la distanza tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra verita e menzogna, tra universo maschile e femminile.

Lucia Pizzarelli

Il quotidiano di Foggia, 2 marzo 2010
Un sorso di arsenico, storia di un’avvelenatrice

Storia di Giulia Tofana, avvelenatrice palermitana del XVII secolo. È la sinossi del libro d'apertura del nuovo ciclo di incontri organizzato dalla libreria Ubik di Foggia e interamente dedicato alle autrici, nel mese in cui cade la "festa della donna". Giovedì 4 marzo, nella sala eventi della libreia Ubik, alle ore 18. 30, la scrittrice Adriana Assini presenterà "Un sorso di arsenico" (Scrittura e Scritture, 2009), inaugurando nello spazio eventi live della libreria la rassegna "Femminile plurale". Inoltre, in occasione dell'incontro, verranno esposte alcune opere dell'autrice, che è anche acquarellista di levatura internazionale. Conversano con la scrittrice, le docenti dell'Università di Foggia Antonella Cagnolati (insegnante di Storia dell'educazione e Letteratura per l'infanzia ) e Rosa Parisi (Antropologia delle culture del Mediterraneo e Etnologia europea). Palermo, 1624. Allineate su una cassapanca, alcune fiaschette di un micidiale veleno fatto in casa aspettano di dare i loro effetti. Ma presto le morti diverranno scomode e la caccia alle streghe sarà inevitabile. Giulia Tofana, meretrice e fattucchiera, sarà costretta a lasciare Palermo, partendo alla volta della barocca Roma di Papa Urbano VIII, tra esecuzioni di piazza e mirabolanti feste alla moda. E qui inizia la vera storia di questa avvelenatrice palermitana, realmente vissuta nel XVII secolo, da cui ha tratto spunto l'autrice per il suo "Un sorso di Arsenico", raccontandoci di come affrontò la più spaventosa povertà e la più lasciva delle lussurie, la più dura delle prigionie ed il più forte degli amori. Sullo sfondo, carestie, Santa Inquisizione e alta cortigianeria. Per quella che può essere considerata una "serial killer "d'altri tempi. Adriana Assini, scrittrice e acquerellista di fama internazionale, è nata a Roma, dove risiede. Al suo attivo ha diverse esposizioni in Italia e all'estero (Bruxelles, Madrid). Ha pubblicato romanzi a sfondo storico, tra cui Le evangeliste di Bruges (2004) e Le rose di Cordova (2007). Quest'ultimo è stato presentato a Madrid il 23 aprile del 2007, presso il Caffè Letterario dell'Istituto Italiano di Cultura in occasi one de "la noche de los libros". Ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari (Premio Pavese 2006 e 2009; Premio Accademia Terra del Vesuvio di Nocera Inferiore, 2006)

www.bottegascriptamanent.it
Una “serial killer” d’altri tempi: tratto da una storia vera
Le sfide di una vita, le contraddizioni di un’epoca. Per Scrittura & Scritture

«Niente dura in eterno, poche cose a lungo». Nella vita tutto passa, sia le cose belle che quelle brutte, sia l’amore che il dolore. Ma una necessaria consapevolezza della caducità dell’esistenza non deve trattenere nessuno dall’inseguire con coraggio i propri sogni. Esempio di vita trascorsa in bilico tra disilluse consapevolezze ed irrefrenabili impulsi emotivi è quella di Giulia Tofana, personaggio storico realmente esistito nella prima metà del XVII secolo.
In Un sorso di arsenico (Scrittura & Scritture, pp. 232, € 11,50), Adriana Assini trae spunto dalla vera storia della donna, vissuta tra la Sicilia della dominazione spagnola e la Roma barocca di Urbano VIII, per raccontarci di come ella affrontò la più spaventosa povertà e la più lasciva delle lussurie, la più dura delle prigionie ed il più forte degli amori, varie pestilenze e carestie e la perdita di persone care. Ma, alla fine, tutto questo per lei non sarà altro che un insieme di ricordi sui quali riflettere «con calma, addirittura con distacco».
Tra le pagine del testo, a dispetto di un titolo che sa di morte, cogliamo un accorato invito a vivere godendo appieno di ogni momento, coltivando con fiducia ed un pizzico di follia le proprie speranze. Oltre a molti particolari della vicenda, anche l’originale epilogo è frutto della fantasia della scrittrice.
Quest’ultima offre una descrizione dettagliata e rigorosa della realtà storica dell’epoca, restituendoci uno spaccato di vita autentico, come un quadro pieno di colori e sfumature che cambia a seconda della luce e della prospettiva dalla quale lo si guarda. Non stupisce quindi scoprire che l’artista romana, parallelamente a quella di scrittrice, abbia un’avviata ed internazionalmente riconosciuta carriera come acquarellista. I suoi romanzi, come i suoi dipinti, sono caratterizzati dall’interesse verso figure femminili controverse, sempre al centro di una cornice storica ben delineata.

Sfidare la sorte giocando col veleno
Quest’incredibile storia ha inizio nei vicoli sperduti dei quartieri più poveri e malfamati della Palermo del 1624, nell’appartamento della bella protagonista, una ragazza che, per sfuggire alla miseria, già da anni ha messo in vendita sia il proprio corpo sia uno speciale veleno da lei stessa ideato. Seguendo la vita ed i pensieri della meretrice e fattucchiera, scopriremo una persona semplice, onesta e fragile. Il suo non è affatto un animo perfido e senza scrupoli, al contrario, resa furba e sfacciata dalla necessità, Giulia è convinta di non peccare nel fornire a svariate donne oppresse da mariti non voluti la possibilità di liberarsi della loro presenza senza essere scoperte. La bella siciliana, divisa e contesa tra due amori impossibili, inseguirà fin nella città eterna il sogno di diventare una dama onesta e rispettata, ma non riuscirà ad evitare il confronto diretto con il terribile tribunale dell’Inquisizione.
Allora come adesso, i poveri, oppressi dallo strapotere di pochi, trovano conforto nella superstizione o nella religione, e si ribellano agli abusi dei potenti. Essi sanno di andare incontro alle indicibili torture riservate a quel tempo ad eretici e trasgressori, ma non rinunciano alla protesta, testimoniando che l’uomo tende a ribellarsi contro le ingiustizie (come del resto a godere dei piaceri della vita) illudendosi troppo spesso di essere immune a qualsiasi conseguenza negativa.
La stessa Giulia sfida più volte la morte e se ne prende gioco, vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo e seguendo unicamente il proprio istinto di sopravvivenza, eppure, allo stesso tempo – come ella stessa si ritroverà a commentare col suo storico compagno di avventure – «cercando sempre nuovi e più pericolosi ostacoli, per metterci alla prova e sentirci immortali».

Prospettive di verità e gradazioni di sentimenti
Degna di nota è l’abilità con cui l’autrice tratteggia le sfumature di carattere dei suoi personaggi, raccontando nei dettagli sia i loro repentini cambiamenti di umore che le trasformazioni e riflessioni che hanno maturato col passare del tempo. Essi rivelano spesso, malgrado l’ostentata sicurezza, le incertezze e fragilità che si annidano nel più profondo del loro animo e che, per lo più ben nascoste dietro un’apparente certezza di sé, lasciano riaffiorare solo in rari momenti di debolezza.
Nel racconto vivace ed ironico di una storia così cruda e tremenda, tali personaggi non fanno altro che incarnare le contraddizioni del proprio tempo.
Così, una sera, appena dopo averla ascoltata vantarsi del proprio ingegno e rassicurare l’amica e complice sul fatto che l’avrebbero sempre fatta franca, scopriamo la bella, indomita e spavalda Giulia «sentirsi troppo piccola cosa nel così vasto disegno dell’universo», intenta a chiedersi se il sole sarebbe tornato a risplendere nel cielo anche l’indomani. Non si tratta né di un mito né di una strega, quella che abbiamo di fronte è una donna vera, con le sue paure ed il suo coraggio.
Mettendo a nudo contraddizioni ed incoerenze dei personaggi, l’autrice permette al lettore di identificarsi facilmente con essi, svelando così le innumerevoli sfaccettature e l’affascinante complessità dell’animo umano. Il narratore onnisciente, oltre a far presagire l’arrivo imminente di fortune o disgrazie, nello stesso tempo intrattiene il lettore cambiando spesso prospettiva al racconto. Le vicende narrate sono infatti descritte da più punti di vista, e spesso più di uno appartiene allo stesso personaggio.
Riteniamo inoltre azzeccata la scelta di un linguaggio semplice e quotidiano, infarcito di proverbi e modi di dire dell’epoca, adeguato all’esposizione di un racconto coinvolgente e suggestivo.

l bene ed il male, l’ignoranza e la conoscenza
Simbolo dell’ambiguo, eterno rapporto tra il bene ed il male è la profonda ma travagliata relazione tra Giulia, onesta prostituta e megera, ed il sapiente quanto corrotto fra Nicodemo, che s’invaghisce di lei ritenendola «perfetta. Una creatura senz’anima e perciò, senza macchia».
Il frate, reputandola «una creatura semplice, capace di commettere i peggiori errori e tuttavia restare innocente, riteneva che istruirla avrebbe voluto dire consegnarla alle pene dell’inferno, tra rimpianti e orrore della sua stessa persona». Ma imparare a leggere e scrivere era il primo passo verso la realizzazione del sogno più grande della ragazza: dimenticare il passato e diventare una gran dama degna del suo affascinante barone, il suo vero, indimenticato amore.
Col tempo, però, i sentimenti mutano, e Giulia scopre che apprendere dai libri non sempre vuol dire acquisire la capacità di discernere e fare così le scelte giuste: «E dire che ti ho invidiato a lungo per tutto quello che sapevi, per poi scoprire con imperdonabile ritardo che è molto meglio rimanere ignoranti».
Moniti ed insegnamenti, dubbi ed incertezze, ci giungono dal racconto di un’epoca in cui la vita umana valeva ancora poco, ma la concezione del mondo stava lentamente cambiando, stravolgendo consueti binomi e convinzioni consolidate da secoli di ignoranza.

Agata Garofolo

www.ilrecensore.com
Arsenico e vecchie streghe

La storia di Giulia Tofana è l’oggetto del desiderio del nuovo libro di Adriana Assini, “Un sorso di arsenico” (Scrittura & Scritture, 2009), artista a 360° che coniuga armonicamente la scrittura con la pittura. La vicenda ha come sfondo la Palermo del XVII secolo e, in primo piano, un’affascinante e determinata donna dedita al mestiere più antico del mondo, pronta a fuggire dalla realtà per vivere un sogno a lei negato.
Giulia non prova alcun rimorso nel preparare pozioni velenose a base di arsenico che vende alle donne che vogliono sbarazzarsi del marito o di uno scomodo amante. Le sue pozioni hanno la peculiarità di agire con lentezza se somministrate a piccole dosi, tanto da far sembrare le morti del tutto naturali. L’acqua Tofana, presente ancora oggi nel dizionario dell’alchimia, era un liquido incolore e insapore, confezionato per rendere vedove tutte le donne insoddisfatte del loro matrimonio.
Si innamora del giovane barone Manfredi, ma bene presto sarà costretta a sfuggire dalla natia Palermo a causa delle troppe tracce lasciate dal suo veleno: aperta la caccia alle streghe Venere plebea scolpita in marmo pario, a Roma Giulia cercherà di diventare una persona nuova, una rispettabile dama, anche grazie all’aiuto di Fra Nicodemo (da sempre innamorato di lei). Ma le cattive abitudini sono dure a morire e di nuovo gli eventi la condurranno a tremare per la sua salvezza.
Nella Roma del periodo della Santa Inquisizione e della Controriforma, la protagonista si ripromette di guadagnarsi da vivere onestamente chiudendo definitivamente con il suo passato. L’amore la spinge a imparare a scrivere, a convertirsi in una dama elegante, a rasentare il ravvedimento. Ma l’amore per la libertà rinasce dirompente. Perciò, nonostante i buoni propositi, Giulia incorre in amicizie che la riconducono sulla cattiva strada, tornando così ad essere l’alchimista “paladina” delle donne rese inutili e sottomesse dai mariti che nessuna legge punisce. Tuttavia avrà ben presto delle problemi molto gravi con le leggi della Santa Inquisizione, a causa dell’uso irresponsabile del veleno da parte delle clienti romane.
Pennella minuziosamente l’essenza femminile nelle sue più interne sfumature di desiderio di Amore che bagnandosi di Acqua Tofana si trasforma in morte. “Il romanziere  si infila nei vuoti che lascia la Storia“: così Adriana Assini definisce la sua scrittura.

Stefano Giovinazzo

Mangialibri.com

Giulia Tofana è una meretrice. Nata nei bassifondi della Palermo del XVII secolo, ha dovuto sin da subito fare i conti con la fame. Figlia di uno sconosciuto - sua madre faceva il suo stesso mestiere - è cresciuta ai margini della società insieme alla sorella di latte Girolama, anch’essa meretrice. Giulia e Girolama sono due sorelle molto devote, ma nonostante questo Giulia non prova alcun rimorso nel preparare pozioni velenose a base di arsenico che vende alle donne che vogliono sbarazzarsi del marito o di uno scomodo amante. Le sue pozioni hanno la peculiarità di agire con lentezza se somministrate a piccole dosi, tanto da far sembrare le morti del tutto naturali. Tra i suoi clienti c'è un sacerdote che si innamora di lei e come lei è ambizioso, desideroso di far carriera, di elevarsi: un religioso dotto, preparato, che ambisce ad arrivare nelle alte sfere delle gerarchie ecclesiastiche - ma che vuole al suo fianco Giulia. Disgraziatamente per lui però un giorno Giulia incontra l’uomo della sua vita, Manfredi, un barone normanno ricco e perdutamente innamorato di lei, un uomo al quale non può svelare le sue origini. Che però rimarranno segrete solo per poco tempo: il destino infatti pioverà sulle loro vite…
Questo romanzo propone un bello spaccato dell’Italia dell’epoca dei viceré spagnoli in Sicilia, un affresco veritiero dello Stato Pontificio sotto Urbano VIII, la fotografia di un paese dilaniato dalla peste, dal clientelismo, dall’oppressione dei potenti su un popolo sempre più affamato e affamato dalle gabelle, un popolo tenuto buono con feste, tornei e giostre. Un libro divertente, ben scritto, accurato nei dialoghi e nelle scelte lessicali che ricalcano fedelmente il modo di parlare e di pensare della gente dell’epoca. Intrighi, corruzione, Santa Inquisizione, vendette sono i protagonisti indiscussi di un romanzo che scorre, incuriosisce, diverte. E non delude nel finale.

Elena Torre

ilmachete.it
Tremate, tremate. L'acqua Tofana è tornata

La parola Inquisizione evoca da sempre scene oscure di roghi e di torture e porta con sé un alone di mistero. La cosiddetta “leggenda nera”, e la conseguente "caccia alle streghe", nacque con la cristianizzazione che vedeva in Dio il supremo fons iuris, origine legittima di ogni potere. 
“Fragilità, il tuo nome è donna”, citava Shakespeare in un suo celebre aforisma. Ma sarà vero? 

Il personaggio di Giulia Tofana è realmente esistito nel XVII secolo e Adriana Assini, autrice di Un sorso di arsenico, costruisce un romanzo a cavallo tra la realtà e la fantasia in cui fa emergere i tratti psicologici della protagonista che ci illuminano su una personalità per niente fragile, che fa della sua bellezza un motivo di forza che la condurrà a sopravvivere in un mondo pieno di dissidi. 

La storia - si sa - talvolta è piena di lacune, soprattutto per ciò che riguarda l’interesse per le pratiche magiche che vanno dall’astrologia alla divinazione, dalla negromanzia alla cosiddetta stregoneria. L’acqua Tofana, presente ancora oggi nel dizionario dell’alchimia, era un liquido incolore e insapore, confezionato per rendere vedove tutte le donne insoddisfatte del loro matrimonio. Il romanzo della Assini ricostruisce alla perfezione il periodo storico in questione: la peste a Palermo, il miracolo di San Gennaro a Napoli e la Roma di Papa Urbano VIII, luoghi e situazioni che forgeranno la personalità di Giulia Tofana. Dedita al mestiere più antico del mondo, si innamora del giovane barone Manfredi, ma bene presto sarà costretta a sfuggire dalla natia Palermo a causa delle troppe tracce lasciate dal suo veleno. Venere plebea scolpita in marmo pario, a Roma Giulia cercherà di diventare una persona nuova, una rispettabile dama, anche grazie  all’aiuto di Fra Nicodemo (da sempre innamorato di lei). 
Ma le cattive abitudini sono dure a morire e di nuovo gli eventi la condurranno a tremare per la sua salvezza.

Maria Rosaria Donasi

Silarus - ottobre 2009

Coniugare la scrittura con la pittura è la cifra della personalità artistica di Adriana Assini che narra con le parole e con il colore. Attinge alla tavolozza dell’anima e al colore come categoria della sensibilità. Dichiara infatti “C’è un legame tra pittura e scrittura, è come se usassi il pennello quando scrivo e come se scrivessi quando dipingo: sono due forme diverse del narrare. La creatività a volte ha bisogno del colore, a volte del pensiero.”
Fine critico di se stessa, Adriana Assini ripercorre il suo percorso creativo: “Pittura e scrittura sono due amori cresciuti insieme…Cominciai presto ero una bambina sensibile: mi pareva di avvertire il linguaggio delle cose e di comprenderne il senso. Amavo i colori e le favole: li consideravo strumenti adatti a rappresentare la bellezza che, per me, allora era già sinonimo di serenita, di amore, di armonie.
Colta e raffinata, acquerellista di fama internazionale, sensibile e delicata, Assini vanta un curriculum di tutto rispetto: i suoi romanzi come le sue mostre, in Italia e all’estero, suscitano consensi di pubblico e di critica.
Nella scrittura e nella pittura, la medesima dimensione fiabesca in una lettura controcorrente della realtà, che evidenzia una costante tensione metaforica e l’aspirazione a colmare la distanza tra il Bene e il Male, tra il noumeno e il fenomeno, tra la vita e la morte, tra verita e menzogna, tra universo maschile e femminile.
L’ultimo romanzo “Un sorso di arsenico” fonde storia, invenzione, magia, è incentrato intorno ad una figura femminile, Giulia Tofana, personaggio realmente esistito nel XVII secolo, un periodo particolarmente complesso per le donne. La fantasia della scrittrice colma i vuoti della storia. Con sensibilità e fine introspezione psicolgica L’Assini penetra nelle pieghe più riposte dell’animo ambivalente della protagonista. Bella, intelligente, sicura di sé, senza alcuna remora nell’uso disdicevole del proprio corpo e del proprio ingegno nella formula di un veleno mortale che non lascia traccia sulle vittime…L’avventura si svolge dapprima a Palermo, sua città natale, dominata dai vicerè spagnoli, poi a Roma di Urbano VIII dove incrementa i suoi traffici di morte.
Una storia torbida e sanguinaria che Adriana Assini disegna con leggerezza in uno stile fluido, coinvolgente, immergendo il lettore nella pagina, in cui la penna-pennello dell’artista poliedrica scorre a disegnare una grande metafora del doppio nel tessuto della vita e ne dipanarsi della Storia.
Il dio Giano sorride ed irride beffardo, bifronte fino all’epilogo che lascia con il fiato sospeso…che cattura e sorprende, ancora una volta, il lettore.

Lorenza Rocco

Il Roma - 18 ottobre 2009
Un intrigo d’amore nel ’600

Un sorso di arsenico” (Scrittura&scritture) è il nuovo romanzo di Adriana Assini, scrittrice e acquerellista romana che presso lo stesso editore nel 2007 ha pubblicato “Le rose di Cordova”, ottenendo numerosi consensi di pubblico e di critica. L’entusiasmante vicenda, ambientata nella Palermo del XVII secolo, ha come protagonista un personaggio storico, Giulia Tofana, affascinante e determinata donna dedita al mestiere più antico del mondo, pronta a fuggire dalla realtà per vivere un sogno a lei negato.
“Biondo era e bello e di gentil aspetto”, così Dante Alighieri avrebbe descritto il giovane di cui l’arguta meritrice si innamora, il barone Manfredi Ballo, soprannominato “il Normanno”, a cui però, per timore di non essere ricambiata, cela la propria identità.
Conscia del suo ingegno, riesce a preparare un micidiale intruglio a base di arsenico che non lascia traccia sulle vittime ma richiede accortezza nell’uso, “l’acqua tofana”, e decide di farne illecito commercio.
Ma, aperta la caccia alle streghe e con l’avvento della peste sull’isola, è costretta a lasciare la città natia alla volta della “capitale” assieme a Girolama, sorella acquisita e compagna di sventure, e Nicodemo, frate di enorme saggezza che ne sa una più del diavolo, disposto ad aiutarla.
Prima di giungere a destinazione, sbarcano a Napoli, dove non mancano descrizioni dell’antica cucina partenopea e riferimenti al miracolo del sangue di San Gennaro.
Nella Roma del periodo della Santa Inquisizione e della Controriforma, la protagonista si ripromette di guadagnarsi da vivere onestamente chiudendo definitivamente con il suo passato.
L’amore la spinge a imparare a scrivere, a convertirsi in una dama elegante, a rasentare il ravvedimento.
Ma l’amore per la libertà è più forte. Perciò, nonostante i buoni propositi, Giulia incorre in amicizie che la riconducono sulla cattiva strada, tornando così ad essere la fattucchiera “paladina” delle donne rese inerti e sottomesse dai mariti che nessuna legge punisce. Tuttavia avrà ben presto delle gatte da pelare con le leggi della Santa Inquisizione, a causa dell’uso irresponsabile del veleno da parte delle clienti romane.
Guerriera di battaglie perse, stanca di vivere tra un’altalenarsi di desideri e rimorsi e divisa tra l’amore di due uomini, riuscirà la giovane donna a mettere ordine nei suoi confusi pensieri? E quale nuovo corso prenderà la sua vita? La risposta nell’ultima pagina.

Claudia Francavilla

Leggendaria n. 76 - settembre 2009

“Il romanziere  si infila nei vuoti che lascia la Storia”: così Adriana Assini definisce la sua scrittura, un viaggio nel passato alla riscoperta della “misteriosa” assenza femminile, un’indagine realistica ed immaginifica al contempo sulla condizione delle donne attraverso secoli di ostilità e oppressione.
È alla sua terza prova narrativa Assini, che aveva esordito nel 2004 con Le evangeliste di Bruges, prendendo spunto da un manoscritto del 1300, per poi proseguire il suo viaggio con Le rose di Cordova (Scrittura & Scritture 2007) che ripercorre la dolorosa e travagliata vita di Giovanna la Pazza e consegnarci infine il suo ultimo romanzo Un sorso di arsenico (suo anche l’acquerello in copertina). Siamo nel 1624 e Giulia Tofana, personaggio realmente esistito, è costretta a scappare dalla natia Palermo, dominata dai vicerè spagnoli e infestata dalla peste, per sfuggire ad una probabile condanna a morte. Giulia ha infatti messo a punto un prodigioso veleno, l’acqua Tofana, che non lascia traccia alcuna sulle vittime e che la meretrice vende alle donne per liberarle dalla tirannia del matrimonio. Sotto la protezione di Fra’ Nicodemo, Giulia giunge nella Roma di Papa Urbano VIII e qui la bellissima e coraggiosa fattucchiera riprende i suoi traffici di morte uccidendo seicento uomini con il fatale arsenico. Un personaggio assolutamente intrigante quello costruito da Assini, che ancora una volta dà prova di sapere raccontare la complessità di vita di una donna con un linguaggio semplice ed una struttura narrativa ottimamente calibrata. Particolarmente interessante è la filosofia di Giulia : “Che c’ è di male nel fare il bene? Io sono la speranza di tante sventurate che nessun giudice difende, che nessun santo protegge…”. Giulia rompe tutte le regole, infrange le leggi degli uomini, vende il suo corpo per sopravvivere e, quando necessario, si sostituisce a Dio; tra preghiere, voti, e bestemmie Giulia non ha dubbi sulla sua condotta morale, si considera fino in fondo l’unica paladina di una giustizia senza appello, l’unica possibilità di riscatto per le “ultime della terra”. E se riscatto vuol dire menzogna e omicidio, cosi sia!

Sara Poletto

LeggereTutti - Settembre 2009

Un sorso di arsenico è il romanzo di una serial killer del Seicento, che la pittrice e scrittrice Adriana Assini ha appena acquerellato su copertina e narrato su carta per l’editore Scrittura & Scritture.
Rinverdendo la storia di Giulia Tofana: una simpatizzante delle donne che, oppresse dai loro matrimoni, volevano liberarsi del consorte.
Paladina delle quote rosa maltrattate, per causa di uno di questi scampato alla morte, fu costretta a vuotare il sacco. Ma neppure quando confessò di aver “procurato” L’avvelenamento di 600 mariti Giulia si ritenne colpevole dei suoi traffici di trapassi. Bella siciliana capace di assaporare la serenità solo all’ombra del cupolone, imparò a scrivere con l’aiuto di fra Nicodemo e si trovò a sfidare le leggi della Santa Inquisizione, facendoci trovare alle prese con un insolito epilogo. Divisa tra l’amore di due uomini, in bilico alla voglia di cedere ai suoi istinti, la storia ancora ricorda questa donna. Sarà per quelle due goccie di arsenico miste a un mezzo tarì d’antimonio con una foglietta d’acqua chiara. Sarà per quella formula micidiale incapace di lasciar traccia del suo passaggio nei corpi rimasti esanime, ma l’acqua Tofana era un veleno usato nel 1600 inventato da Teofania D’Adamo, morta impiccata per aver avvelenato il marito. Fu da lei che Giulia Tofana apprese la ricetta per realizzare i sogni di una vita.

Roberta Maresci

La nuova tribuna letteraria - Luglio 2009

Si muove con umiltà e discrezione anche se ha ormai le carte in regola per essere definita una scrittrice di razza, e ha al suo attivo una vasta esperienza, testimoniata dai sette romanzi con i quali, in modo graduale e crescente, ha saputo conquistare il consenso dei lettori e la stima dei critici.
La scrittrice in questione è Adriana Assini, da anni impegnata in una ricerca tenace e creativa, nonché in un vero e proprio apprendistato di scrittura svolto con paziente e artigianale meticolosità.
La casa editrice Scrittura & Scritture ha colto ancora una volta nel segno pubblicando Un sorso di arsenico, il nuovo romanzo dell’artista romana che, presso lo stesso editore, ha già pubblicato qualche anno fa Le rose di Cordova.
Anche questa volta la vicenda è ambientata in un’epoca lontana in cui, dentro una cornice costruita con impeccabile rigore storico, vivono e si muovono, tra veri e verosimili, personaggi che interagiscono in perfetta sintonia, grazie alla regia sapiente e vigile di chi, nel passato, sa trovare fatti, figure, vicende, contraddizioni e sentimenti capaci di essere, con naturalezza e senza forzature anacronistiche, emblematici anche del tempo presente.
Sulla scena si muovono, ciascuno con connotazione inconfondibile, uomini, donne, ricchi, potenti, miserabili, lestofanti, monaci, cardinali, oppressori, oppressi.
Lo sfondo è quello di Palermo durante la dominazione spagnola e quello di Roma, culla della Controriforma, dell’Inquisizione, delle torture e delle condanne a morte. Giulia Tofana, la protagonista inventrice dell’acqua tofana, un veleno che vende a quanti intendono disfarsi di presenze scomode, è un personaggio destinato a rimanere ben impresso nella memoria del lettore, sia per la sua dimensione psicologica costruita con magistrale efficacia sia per la sua rivoluzionaria vocazione ad affrancarsi non solo dalla subordinazione all’universo maschile ma anche e soprattutto dalla complessa rete di condizionamenti che tarpano le ali alla sua sete di libertà.
Il finale, inatteso, impreziosisce e completa un romanzo originale, ironico, antiretorico, dissacratorio, e, soprattutto, caratterizzato da una scrittura efficace, funzionale, adeguata ai contenuti e ai personaggi, misurata nella forma e ormai inconfondibile nello stile.

Pasquale Matrone

Le colline di Pavese - Luglio 2009

Giulia Tofana visse tra Palermo e Roma nella prima metà del XII secolo. Bella povera e sfrontata, si fece paladina della ribellione femminile mettendo a punto un veleno perfetto, che aveva il pregio di infliggere una morte dolce, priva di sospetti, ideale per tutte le donne che volevano sottrarsi ai soprusi degli uomini senza incorrere nei rigori della legge.
Con tali illeciti commerci, la siciliana accumulò una piccola fortuna, ma proprio quando la sua vita sembrava andare a gonfie vele, finì nel Tribunale dell’Inquisizione.
“Un sorso di arsenico”, edito da Scrittura & Scritture, è il romanzo che la scrittrice Adriana Assini ha dedicato alla figura di Giulia Tofana, regalando al lettore un avvincente ritratto di donna e il mirabile affresco di un’epoca. Un racconto vivace, dove l’azzardo è di scena e l’amore è sovrano. Dove rivive la Palermo dei vicerè spagnoli, dei lazzaretti, dei dolci alla mandorla, della Martorana.
Dove risplende la Roma di Urbano VIII, città opulenta e sorniona, con le sue corse dei cavalli, i giochi da osteria e le teste mozze dei condannati sui ponti, mentre il Ponentino sfiora le acque del Tevere “biondo”, teatro di affari, di feste e di scontri.

Miguel Angel Verdura

Leggendoscrivendo.it

Adriana Assini è un’artista a tutto tondo. Acquarellista di fama internazionale, da qualche anno pubblica romanzi storici particolarissimi, incentrati su figure di donne controverse. Stavolta è il turno di Giulia Tofana, “stracciona nata in una baracca del Papireto”, come lei stessa si definisce. Siamo nella Palermo del XVII secolo, in piena Inquisizione, e Giulia – bellissima e intelligente – per sbarcare il lunario non solo fa la prostituta ma commercia una sua ricetta che aiuta le mogli impazienti di diventare vedove. L’acqua Tofana, così la chiama, usata con le giuste dosi non solo è infallibile ma non lascia sospetti. A lei si rivolgono popolane e dame dell’alta società.
Quando si innamora – ricambiata - del barone normanno Manfredi Bolla, figlio di un notaio, Giulia ignora di aver aiutato la matrigna di costui, Gaspara, a liberarsi del marito. Di fronte al terrore di essere scoperta e denunciata, accetta l’offerta di Fra Nicodemo, domenicano innamorato follemente di lei, e lascia la città alla volta di Roma. All’ombra del Cupolone, Giulia impara a leggere, scrivere e comportarsi da dama, ma non riuscirà mai a staccarsi da quel che è stata.
Storia singolare, che ci porta vivide immagini del mondo di allora, comprese di povertà, fame, peste, ingiustizie. Giulia brilla come una luce, senza che la sua autrice faccia nulla per giustificarne l’amoralità, la mancanza di scrupoli, il nessun valore dato alla vita umana. Ma del resto, in quell’epoca, la vita umana valeva ben poco.
Per gli amanti del romanzo storico, si torna a raccomandare questa autrice, non solo documentata ma capace, con la sua scrittura, di consegnarci un’epoca.

Lilli Luini

Arcilettore.it

Giulia Tofana è una meretrice di Palermo, bella come una dea e spregiudicata. Insieme alla sua amica Girolama, confeziona e smercia ampolle velenose tra le nobildonne che vogliono liberarsu dei mariti indesiderati, senza destare sospetti. Il particolare commercio, però, viene scoperto, costringendo le due donne a fuggire dalla Sicilia dominata dai vicerè spagnoli e in preda al contagio della peste. Con l’aiuto di un frate, follemente invaghito di Giulia, riescono ad arrivare a Roma e a ssistemarsi in una casa decorosa. In questa città, dominata da papa Urbano VII e dall’inquisizione, la bella siciliana impara a vestire vene, a scrivere, a frequentare i notabili, riprendendo den presto i traffici di morte. Nemmeno l’uomo di cui è veramente innamorata la distoglie dai suoi illeciti ma lucrosi traffici. La storia ha un epilogo che sorprende il lettore. Restano nella mente i personaggi, i luoghi e i paesaggi, specie delle due città, così lontane e così simili nell’emarginare i poveri. Riguardo la scrittura, forse il narrato avrebbe bisogno di una maggiore forza espressiva in grado dir regalare al lettore un’emozione e una partecipazione più intensa.

Fiera del libro di Torino 2009 - Booksweb.tv


Liberaillibro.com

Il nuovo romanzo di Adriana Assini si situa nei primi decenni del ‘600, in quella medesima età “sudicia e sfarzosa” in cui, per intenderci, sono ambientati I Promessi Sposi. Abituati come eravamo a regine spagnole (sebbene senza trono), a grandi eroine di Francia o a contesse ungheresi dal potere non molto minore di quello di un re, ora ci troviamo di fronte a uno scenario del tutto nuovo: in questa vicenda – che si snoda fra una Palermo barocca, bacchettona e crudele, e una Roma non meno farisea ma ancor più sontuosa, feroce e corrotta – seguiamo da presso le avventure e le disavventure degli umili, degli emarginati, dei miserabili. I potenti, le “eccellenze”, con la loro grande ombra, rimangono sullo sfondo, a tracciare, inesorabili, il destino dei loro sudditi e le coordinate di un’intera epoca.

È singolare il fatto che leggendo i romanzi della Assini, ci sembra ogni volta di attraversare una sorta di porta del Tempo, di intraprendere cioè un viaggio che ci estranea dalla realtà presente per introdurci in un “mondo altro” minuziosamente e perfettamente ricostruito in tutti i suoi aspetti – come già aveva osservato Luciano Pirrotta – dalla fantasia ma anche, non dimentichiamolo, dalla rigorosa documentazione dell’autrice. E da quel mondo virtuale non si può uscire se non dopo aver letto l’ultima pagina.

Sulla folla dei personaggi minori che costituiscono la massa corale del romanzo, emerge fin dall’inizio la figura della protagonista: la bella Giulia Tofana, che esercita il più antico mestiere del mondo (ottenendo così, nell’alcova, anche i favori di persone di spicco) ma che in segreto diviene ancor più famosa nell’inventare e commerciare una misteriosa “acqua”: in apparenza un cosmetico per ravvivare la bellezza muliebre, in realtà un micidiale veleno per levar di mezzo senza lasciare traccia alcuna qualsiasi personale nemico.

In un mondo popolato per lo più da ipocriti e da pusillanimi, questa cortigiana avvelenatrice finisce col conquistarsi pian piano le simpatie del lettore, se non altro per il coraggio, l’indomita fierezza e la genuina sincerità. Tutto la rende diversa e in certo modo più grande dei personaggi che la circondano, a cominciare dagli uomini da cui è conquistata e tra i quali è combattuta e divisa: prima il nobile e seducente Manfredi, che sostiene di amarla con passione ma non esita a dileguarsi (pur senza dimenticarla) perché incapace di sfidare per amore le convenzioni sociali; poi l’affascinante Fra Nicodemo, uomo attratto dalle vette dello spirito ma tutt’altro che insensibile ai piaceri e alle tentazioni dei sensi, il quale invece non l’abbandona, anzi, la porta con sé a Roma continuando a proteggerla fino alla fine (sebbene in modo non del tutto disinteressato…) ma che non sempre dimostra, per distanza o per forse per superficialità, di comprenderne a fondo l’indole e le aspirazioni.

Giulia insegue pervicacemente un’esistenza diversa, autenticamente libera, in cui non debba più vendere né se stessa né la diabolica mistura con cui si illude, persino, di fare del bene a coloro che gliela chiedono, e che le serve invece per affrancarsi dalla miseria e a sbarcare il lunario. Ma nelle lunghe e tortuose peripezie che la portano dalla sua “tana” di Palermo al lussuoso appartamento di Roma, dove impara a scrivere e a vestirsi con raffinato decoro, fino all’esperienza del carcere, della tortura e del rischio della condanna a morte per veneficio, la donna, divenuta ormai matura, comprende infine che non può acquistare la libertà che cerca dall’amore di un uomo che la sposa e nemmeno da un’altolocata e costante protezione.

Così, in questo romanzo che si libra fra la piacevole evasione e la seria riflessione psicologica e morale, la Assini condensa ancora una volta in modo eccellente la passione per la storia del passato, il gusto per le vicende complesse e drammatiche, e l’ottima capacità di rappresentazione, pittorica e scenografica, di ambienti e personaggi. Il tutto con una sempre finissima ironia e un sottile, intelligente femminismo.

Marina Caracciolo

Donneconoscenzastorica.it

Che Adriana Assini avesse uno spiccato interesse per la storia oltre a una peculiare sensibilità per i personaggi femminili che la attraversano -pur se frequentemente ignorati e sminuiti, nel bene e nel male, dai testi ufficiali- lo aveva già dimostrato in romanzi precedenti.
Però, è con quest’ultimo -Un sorso d’arsenico- che ci fornisce, per così dire, ‘la prova del nove’ di quanto avevamo intuito.
L’arsenico del titolo pare sottilmente insinuarsi nel lettore ma, da veleno letale, si trasforma nel sottile piacere della lettura, che lo spinge ad andare avanti, pagina dopo pagina, per affondare nella conoscenza della splendida Giulia Tofana e del suo travagliato tempo storico.

Adriana Assini, Arianna contemporanea, sa come condurci in un labirinto di passioni personali, storiche, sociali; come farci attraversare ben tre differenti città percorrendone quartieri malfamati e piazze dove gli aristocratici si confondono con i più miseri; sa guidarci attraverso una epidemia di peste, non risparmiando particolari poco gradevoli; ricostruisce fatti e personaggi con date e nomi presenti su tutti i libri di storia, aggiungendo sapientemente molto più di quanto si riferisce in essi.
Voglio dire che mette in pratica, in tempi decisamente non sospetti di ‘manzonismo’, la teoria manzoniana -espressa nella fondamentale “Lettera a Monsieur Chauvet”- sullo strettissimo, vitale, rapporto tra “storia e poesia”.
Riferendosi ai personaggi della Storia ufficiale, il padre del romanzo storico italiano sostenne -più o meno con queste parole- che ‘...i sentimenti che hanno accompagnato successi e insuccessi, i discorsi con i quali hanno cercato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà...con i quali hanno manifestato, in una parola, la loro individualità, tutto ciò è passato sotto silenzio dalla storia, e tutto ciò forma il dominio della poesia. Il poeta svela ogni segreto dell’anima umana...il poeta può...scorgerlo, afferrarlo ed esprimerlo.’
A mio avviso è proprio questo che affascina nel recente romanzo della Assini: la scrittrice rivela al lettore il ‘dentro’ dei personaggi: i loro pensieri, le emozioni, le percezioni, i sentimenti. Con l’aggiunta del fatto che Adriana Assini è anche pittrice, coniuga cioè la indubbia forza poetica con altrettanta sensibilità pittorica: gli ambienti, il linguaggio, i movimenti, l’abbigliamento, emergono di volta in volta in primo piano con una forza di rappresentazione che parla con chiarezza all’immaginazione del lettore, lo affascina e lo cattura, gli consente di assistere in presa diretta ad una rappresentazione cinematografica o teatrale, coinvolgendolo su piani diversi e offrendogli costantemente figure a tutto tondo.

Certo, è vero che Giulia Tofana può essere vista come un personaggio ‘minore’ della storia del 1600. Ma è un personaggio che, a causa o grazie alla sua frequentazione di pozioni venefiche raggiunse una notorietà rilevante, tanto da lasciare il proprio cognome come indicativo d’uno dei più misteriosi e potenti veleni.
Non possiamo non sottolineare, infatti, che Giulia Tofana e la sua acqua, oltre ad aver fatto scomparire un buon numero di mariti poco desiderati, hanno continuato a parlare nel tempo all’immaginario di grandi uomini.
Mi riferisco specificamente a Mozart, del quale è noto che dichiarò che si accingeva alla composizione del notissimo Requiem ‘per se stesso’, perché convinto d’essere stato avvelenato con l’acqua Tofana per invidia e di esser condannato, dunque, a morire in breve tempo.
E a Bulgakov, che chiaramente aveva notizia del personaggio e delle sue vicende tanto che se ne serví per accrescere l' atmosfera magica de "Il Maestro e Margherita".
Difatti, nel capitolo XXIII del romanzo -"Il gran ballo da Satana"- tra gli invitati al sabba si descrive una donna «con una larga fascia verde al collo».
Si tratta -spiega uno degli attendenti del diavolo- della signora Tofana, che “godeva di straordinaria popolarità tra le giovani, graziose napoletane, come pure tra le abitanti di Palermo, e in particolare fra quelle cui era venuto a noia il marito».
Gli indumenti della Tofana, la sciarpa e «una strana scarpa di legno» (strumento di tortura noto come stivaletto spagnolo) alludono alla terribile sorte che dovette subire una volta incarcerata.
E, perdurando nel tempo, come dicevamo, il fascino di Giulia Tofana ha steso i suoi tentacoli fino a noi grazie al romanzo di Adriana Assini, che ce ne illustra la storia intima ricostruendone quella ufficiale.

“Un sorso d’arsenico” nasce perciò da suggestioni molteplici -storia, società, costume, psicologia femminile- che la Assini riesce a fondere in una visione nuova, completando e interpretando leggende, notizie storiche, documenti di varia natura.
Ne viene fuori un coinvolgente spaccato in cui il binomio consueto bellezza femminile-malvagità -o scarsa affidabilità- appare quasi stravolto; Giulia, prostituta senza scrupoli, bella senz’anima, fattucchiera ed incolta, votata alla dannazione, pur non rinunciando all’attività illecita, che era sicuramente una delle occupazioni più intriganti di un intero mondo, va crescendo come persona.
L’amore la spinge a imparare a scrivere, a convertirsi in una dama elegante, a rasentare il ravvedimento.
Ma l’amore per la libertà, nel romanzo della Assini, è più forte ancora: Giulia sfida fino alla fine tutte le leggi, quelle scritte degli uomini e quelle non scritte degli dei, dimostrando una coerenza che non è solo caparbietà.
Ci viene presentata come una donna vera, con le contraddizioni e i dubbi, i cedimenti e le certezze, la spavalderia e le paure di ogni donna; una cosa ha chiara, sopra tutte e contro tutti: è determinata a non abbassare il capo.
Una donna libera e quasi liberata? Chissà!

Adriana Assini ha realizzato un lavoro da certosino; non solo s’è documentata con accuratezza -fatti e personaggi “veri”, per riprendere una terminologia manzoniana- ma ha anche ricostruito “verosimilmente” tutto un mondo corposo e molteplice ed è riuscita perfino a farlo parlare con un linguaggio che, legato fortemente ai tempi e agli spazi presenti nel romanzo, si muove su registri diversi e fortemente suggestivi, recuperando vocaboli e modi di dire d’altri tempi.
Pittura e poesia ancora una volta contribuiscono ad un arazzo dai colori vividi per di più accompagnato dalle sonorità giuste.
Complimenti all’autrice e buona lettura a tutti noi.

Yvonne Aversa

SiciliaToday.net

La Palermo del diacessettesimo secolo, retta dal giogo spagnolo, è la cornice nella quale prende avvio l’ultima fatica letteraria di Adriana Assini, “Un sorso di arsenico”, edito da Scrittura & Scritture. Protagonista del romanzo è Giulia Tofana, meretrice per necessità e fattucchiera per scelta, personaggio realmente esistito.
Nel ventre della Palermo dei vicerè spagnoli, "tra gli effluvi di fogne a cielo aperto e le zaffate di fritto” la bella cortigiana concede le sue grazie e, per inseguire il sogno di riscatto sociale, commercia con l’arsenico, a "…comprare uno dei tanti titoli che la Corona concedeva a porci e a cani pur di rimpinguare i suoi forzieri", mira l’abile megera. Il traffico di questo “diabolico intruglio", l’acqua tofana, semina una scia di morti sospette.
Al seguito di frate Nicodemo, assieme alla fidata Girolama, Giulia si trasferisce nella Roma barocca di Urbano VIII, abbandona Palermo, colpita dalla peste, e fugge da Manfredi, l’unico uomo che, anche se per poco, l’avrebbe voluta sua sposa, a dispetto di quelle "regole non scritte".
Nella città dei papi, Giulia, protagonista di alterne vicende,"impara a leggere e a destreggiarsi con la penna d’oca…" forte dell’aiuto e delle cure di Nicodemo. Investita da una missione, che ne fa una femminista ante litteram, Giulia Tofana, si rimette a trafficare con l’arsenico, ma questo, la porterà a conoscere i metodi della Santa Inquisizione.
Un’opera che, più o meno, consapevolmente, potrebbe rappresentare una risposta a una letteratura piu’ illustre, con un rovesciamento di temi e della concezione del mondo, il ‘600 e la dominazione spagnola,ci rimandano al primo romanzo storico della nostra letteratura, "I Promessi Sposi".
La vicenda si svolge dal 1624 al1644, periodo che coincide con il pontificato di Maffeo Barberini, in un arco cronologico piu’ ampio rispetto al tempo del racconto manzoniano, 1628-1630, Adriana Assini ci offre un ritratto ricco e dettagliato del periodo, è la stagnazione politico-economica del Mezzogiorno è la corruzione morale e gli illeciti delle istituzioni ecclesiastiche, nel rigido clima della Controriforma, senza sovrapposizioni storiche che possano ricordare le allusioni, insite nei "Promessi Sposi", al dominio austriaco.
Senza contrapposizioni nette tra buoni e cattivi, i personaggi, ci appaiono scissi, sdoppiati tra il bisogno di ragione e l’istinto della passione, forse ad incarnare le contraddizioni del proprio tempo, in un momento storico nel quale si assiste alle controversie religiose e ai tentativi della scienza di affrancarsi dalla cultura tradizionale.
Un’epoca in cui le vicende di Giordano Bruno e Galileo fanno da sfondo alla precarietà del quotidiano, in una realtà incerta e instabile non è possibile né essere saggi ne essere morali. Nella visione del mondo secentesca sacro e profano, religione e superstizione, fede e astrologia, si fondono e si confondono, inseriti in queste dinamiche, ai personaggi viene sottratta quella patina ideale, per rappresentare, realisticamente, quell’ umanità che è il prodotto del proprio tempo.
Gli umili della Assini, vivono in una dimensione terrena, orizzontale, lontani da quella accettazione della miseria degli umili manzoniani, che accolgono con fiducia i disegni imperscrutabili della volontà divina, la Provvidenza. Qui, invece, è Giulia che va cercar guai, al contrario di Lucia. "…in quelle tragiche vicende, né la provvidenza, né gli sbirri sembrano voler trovare una giusta soluzione" da questa consapevolezza è mosso l’agire di Giulia Tofana, lei che si sostituisce alla giustizia e al Padreterno, in difesa delle donne vessate ‘’dalla stirpe di Adamo’, orgogliosa e mai pentita della sua invenzione.
Lungi dall’essere intriso di quella religiosità cristiana cara al Manzoni, il romanzo della Assini sembra cedere alla lezione manzoniana, nella redenzione di frate Nicodemo, che da chierico ambizioso e licenzioso, viene preso d’un tratto da una folgorazione divina, ma è solo codardia, vigliaccheria, forse è paura della morte.
Nicodemo, che nulla ha a che fare con le figure di Fra Cristoforo e del Cardinale Borromeo, rappresentanti della morale della Chiesa. La conclusione del romanzo, senza idillio, al pari di quella manzoniana, appare un modo, con il quale l’autrice prende le distanze dal verdetto della Storia, pregno di valenze etico-religiose. La narrazione scorre leggera e piacevole, il narratore sia pur onnisciente, sembra ecclissarsi tra le pieghe della Storia.
Il linguaggio semplice del narratore non si innalza mai al di sopra del narrato, nessun addio al Monte Pellegrino, mentre i dialoghi appaiono ricchi di modi di dire e proverbi. Attenendosi ai dettami del romanzo storico, Adriana Assini, descrive cerimonie, riti, torture, pene, gare, gabelle secentesche, la poetica del costume, affiancata dalla poetica del cibo, lardo, caciocavallo, taralli, mostaccioli.
E, se la dimensione storica è ben rappresentata, la dimensione psicologica dei personaggi è bidimensionale.

Milena Vigneri

Tifeoweb.it

Siamo a Palermo, diciottesimo secolo. Giulia Tofana è bella, decisa, intelligente, sicura di se. Per vivere vende il suo corpo, ma la maggior parte dei suoi guadagni arrivano da una dote che ha affinato negli anni. Giulia, un personaggio realmente esistito, ha imparato a confezionare un veleno che uccide, ma che non lascia tracce. Per il suo arsenico “miracoloso” Giulia Tofana è famosa in tutta Palermo, dove le donne che vogliono liberarsi di mariti padroni trovano nella matrona un’alleata perfetta. Lei le ascolta tutte, le consiglia e poi vende loro la pozione mortale.

La sua vita scorre così fino a quando Giulia non si innamora di un nobile. E’ allora che pensa di riscattarsi da tutto, convinta che il suo innamorato la sposerà e la porterà via dal ghetto dove vive con un’amica. A cambiare tutti i piani della giovane donna è la peste a Palermo.
Giulia è costretta a scappare dalla sua città insieme ad un frate innamorato di lei. Della sua aggressività e, al tempo stesso, della sua dolcezza. Nicodemo vuole riscattarla. La istruisce e ottiene una donna ancora più sicura di se.
Sembra che le vittime di Giulia Tofana, tra Roma e Palermo, siano state 600. Lei, nel confezionare la sua formula portentosa, ha sempre creduto di avere una missione sociale. In questo romanzo storico Adriana Assisi, non racconta solo la storia di una donna forte, che riesce a farsi largo in una società maschilista. Adriana Assisi nel suo romanzo storico descrive alla perfezione la condizione delle donne dell’epoca limitate da uomini che primeggiano in ogni campo, anche tra le mura di casa.

Adriana Assisi vive e lavora a Roma. Aquarellista di fama internazionale ha curato la copertina di Un sorso di arsenico. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo Le evangeliste di Bruges e nel 2007 Le rose di Cordova.

Mariangela Di Stefano

Lungotevere.net

Roma, 23 apr 2009 - In occasione della presentazione settimanale alla libreria trasteverina Nero su Bianco, si è parlato con Adriana Assini del suo libro "Un sorso di arsenico". Il romanzo, edito da Scrittura e Scritture, è appena uscito nelle librerie. Pubblicato dopo "Le evangeliste di Bruges" e "Le rose di Cordova", questo romanzo riprende il filone del racconto storico al quale anche gli altri due sono strettamente connessi. Il primo infatti prende spunto da un manoscritto del 1300 ed è la storia di alcune donne che si incontravano di notte per scambiarsi ricette, mentre il secondo racconta le avventure di Giovanna la Pazza.

La storia di "Un sorso di arsenico", ambientata nel XVII secolo, è anch'essa quella di un personaggio realmente esistito, Giulia Tofana, bella, arguta, sicura di sé e di quello che fa, che mette a punto la formula di un mortale veleno che non lascia traccia sulle vittime a cui viene somministrato, l'arsenico appunto. La vicenda, seguendo le avventure della protagonista in un periodo così complesso e difficile per le donne com'è quello descritto in queste pagine, si sposta in più luoghi d'Italia. Costretta a scappare da Palermo, la sua città natia, dominata dai viceré spagnoli e dalla peste, Giulia arriva infatti nella Roma di papa Urbano VIII, trovando lo sfarzo, il potere e la ferocia che contraddistinguono la Curia Romana in quel periodo. Ed è proprio qui che

Ed è proprio qui che Giulia continua i suoi traffici di morte. 600 sono le persone che muoiono sotto i fatali colpi del suo arsenico. Non manca il filo rosso dell'amore che tiene la protagonista sempre in bilico, sospesa tra due uomini. Giulia è allora una donna forte, determinata, meretrice, che vive negli ambienti più malfamati e lotta per il riscatto, che sembra non potersi affermare se non attraverso la strada del delitto. La forza del personaggio sta nel non rinnegare mai nulla di quello che fa, anche se è così terribile, quasi come se tutto il sangue versato sia servito per una giusta causa. Diventa infatti così paladina delle donne in difficoltà, sottomesse ad obblighi e poteri più grandi di loro e lotta, anche con mezzi illegittimi, per liberarle dai loro oppressori.

L'autrice, che vive e lavora a Roma, è anche acquarellista di fama internazionale. Suo è infatti il disegno rappresentato sulla copertina del libro. "C'è un legame tra pittura e scrittura, è come se usassi il pennello quando scrivo e come se scrivessi quando dipingo; sono due forme diverse del narrare. La creatività a volte ha bisogno del colore, a volte del pensiero" spiega l'autrice ragionando sui rapporti che legano le due forme d'arte. Il libro allora è un viaggio in una storia torbida, sanguinaria, ma risulta sempre leggero, veloce, mai volgare, mai monotono o pesante, scorre via come un pennello sulla sua tela. "Il romanziere si infila nei vuoti che lascia la storia" dichiara l'autrice, che sa raccontare una grande metafora di oggi che si manifesta certo con strumenti diversi.

Benedetta Casaretti

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