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Reportonline.it
"Novanta minuti (Scrittura e scritture; pagg. 72; euro 8)" è il secondo titolo per il 45enne scrittore partenopeo Domenico Infante che dopo "Cronache del vicolo" ritorna con un altro racconto che rileva sempre gli stessi echi marottiani presenti nel primo.
Un padre ed un figlio sono seduti davanti alla tele per l'evento calcistico di turno che li fa famiglia e gli dà modo di raccontare. Poi, dopo la dichiarazione del padre che parla del passato, dei ricordi e dei sogni scatta il Primo tempo con l'anamnesi-racconto del figlio che ricorda la salita di S. Antonio ai Monti che unisce Montesanto a Corso Vittorio Emanuele e così ricorda il nonno materno capraio che aveva un'unica arguzia: quella di allungare il latte con l'acqua.
Un uomo però che durante i bombardamenti su Napoli del 1943 aveva ben chiaro cos'era la guerra e dove stava tutto il torto.
Il fatto che a bombardare fossero i tedeschi o gli americani non faceva troppa differenza: la paura - con il puzzo di morte "che non andava via neanche con il sapone di Marsiglia" - te la portavi addosso nei rifugi come il vino che ti dava forza.
"Era un'epoca di case piccole e famiglie grandi" e dopo la guerra che sembrava fosse passata in un giorno il figlio fu iscritto a scuola "perché chi sa le parole ed i numeri non ha mai fame".
Il tempo scolastico con un maestro ischitano Cervero trascorre fra il calcio ed la liscia, rievocando Don Vincenzo il falegname, il Natale del 1944 ed il sogno del presepio. Nell'intervallo in una città "svuotata del traffico e dei traffici" c'è il tempo di un Porto bevuto tra il padre ed il figlio poi via con il "Secondo tempo". Il figlio cresce diventa adulto: va via da S. Antonio ai Monti mentre anche i genitori volgono verso la morte.
Un giorno l'adulto tornerà a S. Antonio ai Monti. Si era sposato ma aveva voglia di ritornare ma trovò che le scale non erano lunghe come le aveva ricordate. "Ma la nostalgia è un male incurabile che cristallizza i ricordi e corrode la percezione della realtà".
Triplice fischio.
Ghigliottina.it
Il calcio è poesia. Lo sa bene l’autore napoletano che nel libro “Novanta minuti” (Scrittura & Scritture, 2008) snoda il confronto, da leggere tutto d’un sorso (magari su un divano e un buon bicchiere di vino rosso) tra due generazioni attorno ad una partita di calcio. Il racconto esordisce con il riscaldamento, entra nel vivo con il primo tempo, si “attenua” e si rilassa con l’intervallo, si infuoca e diventa “maturo” nel secondo tempo. Traccia le linee e conclude con il triplice fischio finale.
È lo stesso Domenico Infante a definire questa narrazione lunga novanta minuti: “La storia è un confronto tra due uomini, un padre ed un figlio, entrambi adulti. Lo spunto è la memoria, il valore della memoria intesa come narrazione, come trasmissione della conoscenza attraverso le parole. L'uomo che racconta si fa ragazzino e poi adulto, passa da nipote a figlio e da figlio a padre durante i novanta minuti della storia”.
La scrittura è meravigliosamente lenta, calda e suggestiva. I ricordi diventano il filo conduttore che lega il passato, coincide con il presente, sfocia nel XXI secolo. “L'ambiente della narrazione è un "luogo dell'anima" continua Infante - anche per questo somiglia tanto ad una Napoli che non c'è più... e che forse non c'è mai stata se non nei ricordi delle persone... Ecco, forse lo specchio magico è dentro ogni singolo uomo e deforma il passato (in bene), il presente (in male) ed il futuro (di nuovo in bene, per darci sostegno nel quotidiano)."
Il finale di partita, scena quasi idilliaca di abbracci tra i giocatori, che sorprende quei due telespettatori assorti davanti alla tv nell’appassionante racconto, non da vincitori. E la “cenere ricopre la brace del camino”, prima di spengere il televisore…
Domenico Infante nasce a Napoli il 4 luglio del 1963, vive a Roma dal 2005 dove l’ha condotto il suo lavoro. Diverse sono le sue esperienze di lavoro, principalmente in società operanti nel campo dell’informatica e delle telecomunicazioni. Amante del mare, della musica del cinema e lettore accanito di narrativa (tradizionale ed a fumetti), collabora dal 2004 con il sito ww.napolisoccer.net per il quale scrive articoli di costume. Sommelier, si definisce amante della cucina regionale e delle culture enogastronomiche legate al territorio. Con il suo primo libro, Cronache del vicolo (Scrittura & scritture, 2007), riceve una segnalazione di merito dalla giuria del Premio Piccola editoria di Qualità 2007 e vince il Premio letterario Desenzano Libro Giovani 2008.
Albatros - Dicembre 2008
La vita multicolore della strada, in attesa che la partita di calcio, metafora della partita con la vita, si compia. Lo spaccato di due generazioni nella memoria di chi vuole ricordare un passato ricco di aneddoti, in una dimensione storica non facile, la seconda Guerra Mondiale. Domenico Infante, nel suo “Novanta Minuti”, fa riemergere i sapori dimenticati, le tradizioni e un amore familiare come solo un bambino può fare.
Un bambino che da adulto finalmente fa i conti con il suo vissuto e lo rivive in un racconto dove mette al centro la sua città, con tutte le contraddizioni che la distinguevano allora e la continuano a distinguere tuttoggi.
ilmondodisuk.it
Pagine unite dalla guerra
Due libri uniti dalla guerra.”Novanta minuti” di Domenico Infante (Scrittura & Scritture, pagine 72, euro 8) e “Una borghese” di Paola Brandi (Scrittura & Scritture, pagine 64, euro 8) hanno come sfondo il secondo conflitto mondiale.
A partire dal titolo, Infante costruisce la sua storia come una partita di calcio. Primo e secondo tempo, inframmezzati da un breve intervallo al sapore liquoroso di Porto, dell’attesa di una partita. Novanta minuti per raccontare una vita intera, un passato ancora vicino e una città (Napoli). Tra la paura dei bombardamenti, gli espedienti per vivere e la morte dei nonni del protagonista, ci sono puri momenti di tenerezza, come la storia di Giggino ’o pazzo. Lo stile narrativo dell’autore è incalzante e fa si che le pagine scorrano via come in un veloce pressing.
In due tempi, o meglio due parti, scorre anche il racconto della Brandi. Una prima parte narrativa, l’altra epistolare. La storia triste di una donna dell’alta borghesia italiana, costretta a un matrimonio combinato. La guerra al fronte diventa gemella della guerra, persa in partenza, contro un marito non voluto. Il conflitto assorbe tutto: paesi e soldati, mariti e mogli. E sentimenti. L’unica speranza di riscatto, il figlio che entra in scena attraverso le lettere alla madre.
Di seguito, l’intervista a Domenico Infante, alla sua seconda pubblicazione dopo “Cronache del vicolo” (Scrittura & Scritture, pagine 62, euro 8).
Novanta minuti di dialogo
Un titolo calcistico… sei tifoso?
«Sì… e dal 2004 collaboro con il sito www.napolisoccer.net».
Ma sveliamo ai lettori cosa c’è oltre il calcio…
«È un pretesto per dare un ritmo voluto al dialogo tra un padre e un figlio. Un’occasione per ripescare la tradizione orale. In attesa della partita, i due personaggi parlano. Il padre racconta, davanti al televisore che diventa il fuoco della caverna, il camino dei nostri tempi…»
La storia nasce dai ricordi?
«Si, da un episodio legato ai primi contatti con Scrittura e Scritture. Quando firmai il contratto per il primo libro mi feci accompagnare da mio padre. Parcheggiare a Napoli è difficoltoso. Così, mentre lui aspettava in auto, io discutevo con le editrici. Quando scendo, lo ritrovo con l’auto parcheggiata in un posto che affaccia su Sant’Antonio ai monti. Mio padre mi sussurra: “Lì il nonno custodiva le capre”. Da questa frase sono emersi una serie di ricordi che adesso rivivono tra queste pagine».
La città con i suoi luoghi diventa protagonista…
«Al contrario del primo libro, dove il vicolo non viene identificato, diventando uno spazio quasi metafisico, in “Novanta minuti” i luoghi respirano. Vivono gli stessi sentimenti delle persone che ne calpestano il suolo».
In “Cronache del vicolo” emergeva una forte componente teatrale. Lo vedremo sul palcoscenico?
«È un pensiero che ho da tanto tempo. Quel testo l’ho sempre visto adatto al teatro, ma per ora, risultati oltre le chiacchiere, non ce ne sono».
Con quel testo hai vinto il premio letterario Desenzano Libro Giovani 2008
«L’ho ritirato sabato (22 novembre). Sapere di essere stato preferito da una platea di giovani del nord, con un libro che racconta una realtà fortemente radicata al sud Italia, è stato molto importante. Se poi ripenso ai nomi degli altri scrittori in lizza per il premio… mi faccio piccolo piccolo».
Progetti?
«Il 29 dicembre presenterò “Novanta minuti” alla libreria Universitas in corso Tukorj a Palermo. Intanto sto lavorando a una terza storia e a un romanzo. Un insieme di racconti legati da uno schema narrativo particolare. Singole storie intrecciate da un’entità che le racconta in un paradosso temporale. Ma è un progetto ancora lontano».
Sei sommelier. Accompagneresti il tuo libro con un calice di…?
«Sagrantino di Montefalco passito rosso».
Distanzelab.it
Lo spazio della memoria
Dalla casa editrice Scrittura & Scritture due racconti che hanno qualcosa da dire alle nuove generazioni
Narrazioni brevi che fanno le cose in grande, questo il motto che potrebbe etichettare Novanta minuti di Domenico Infante e Una borghese di Paola Brandi. I due libri, editi da Scrittura & Scritture, sono stati protagonisti di una serata speciale alla Libreria Mondadori Edicolè di Napoli. Si tratta di due racconti che fanno parte della collana i minuti ma che, per stile così come per tematiche, nulla hanno da invidiare alle narrazioni più corpose.
Sotto il profilo dell’impianto narrativo, non senza sorprese mi sono imbattuta in due strutture tutt’altro che elementari: il libro di Infante si divide in ben cinque parti e nel suo procedere mima la scansione ritmica delle partite di calcio (cui il titolo allude); quello della Brandi si regge su un registro composito che produce uno sdoppiamento di voce e sfocia nella forma epistolare.
Entrambe sono storie che contengono qualcosa di importante da trasmettere ai lettori, storie che tuonano come monito in un’epoca che, alle prese con crisi di valori e disagi socio-economici, sembra a volte avere la memoria corta. L’occhio narrante volge lo sguardo all’indietro per ripercorrere vicende familiari di gente comune colta in aneddoti a volte divertenti, altre volte tragici, con un corredo di personaggi e controfigure che coprono l’intera scala sociale e culturale. Chi però si aspetta qui la solita operazione nostalgia, rimarrà deluso. Perché il ripescaggio di ricordi lontani non si risolve in un vuoto ripiegamento né si fissa in trite immagini oleografiche. Un progetto letterario più ambizioso è all’origine di queste opere. I due autori hanno saputo raccogliere la lezione della Storia e riproporla mettendo in luce gli effetti che i grandi eventi come la guerra, l’olocausto e l’emigrazione hanno sulle esistenze delle persone comuni condizionando e determinando il loro destino. Proprio come è nella tradizione del romanzo storico. Così le ordinarie vicende di vita diventano lo strumento per riflettere su fatti di portata mondiale, da un punto di vista democratico, con lo sguardo di quegli individui che restano esclusi dalla storiografia ufficiale ma senza i quali nessuna nazione potrebbe darsi.
Roma - 21 giugno 2008
Quando la collina del Vomero era ancora verde e rigogliosa
“Il luogo della mia anima è Sant’ Antonio ai Monti. Potrà sembrare strano perché si tratta di una scalinata comoda che da piazza Montesanto sale verso corso Vittorio Emanuele”
E’ questo l’incipit di Novanta minuti il racconto di Domenico Infante edito da Scrittura & Scritture. L’autore di animo partenopeo amante della letteratura e del buon vino, ha vinto il premio Piccola Editoria di Qualità 2007 e il premio Selezione Desanzo Giovani 2008. Il titolo è ingannevole perché spinge il lettore a pensare al mondo del pallone. Il libro, invece, è il racconto della propria vita che un padre fa a suo figlio, mentre insieme guardano una partita di calcio estivo seduti sul divano di casa. La storia si svolge sulla scalinata di Sant’Antonio ai Monti negli anni Quaranta e vede come protagonista la strada con tutti i tipi umani che la popolano e che recitano la loro parte in questo grande teatro che è la città di Napoli. Il racconto inizia con la descrizione del nonno del protagonista che allevava capre e viveva dei prodotti che riusciva a trarre dal latte.
La mattina usciva presto di casa e raggiungeva rapidamente la caverna dove teneva gli animali: si trattava di una grossa cavità nella collina del Vomero, semicoperta da frasche e chiusa parzialmente da una palizzata di legno. Con il latte produceva formaggi che consumava a casa oppure vendeva.
Molto spesso allungava con acqua il latte che mandava alla latteria gestita dalle figlie, Rafilina e Mariannina, ma a parte quest’unica furbizia, era un uomo buono e onesto. In famiglia però comandava la nonna che era una donna alta e magra, dura e decisa, analfabeta capace tuttavia di addizioni e sottrazioni a mente. Il bambino trascorse la sua infanzia sulla scalinata giocando allo strummolo, alla mazza e ‘o piveze, alla liscia. Poi arrivò il tempo della scuola, che finì per odiare a causa di un severissimo maestro, il sognor Cerbero, il cui nome gli ricordava quello del cane infernale Cerbero. A stravolgere la vita del bambino giunse un tragico evento: la morte del nonno al quale era molto legato. Il protagonista crebbe vivendo tante avventure con i suoi amici ma, divenuto adulto, si sposò e dovette abbandonare la scalinata per trasferirsi a Chiaia.
Novanta minuti è un racconto lungo diviso in cinque parti. Un libro decisamente apprezzabile per il suo stile semplice e chiaro e per i temi da esso affrontati, quali la guerra e l’emigrazione dei napoletani nel Nord Italia e nel mondo. Affascinante è la descrizione della collina del Vomero, un tempo verde e rigogliosa. Interessanti sono pure le notizie su antichi mestieri napoletani. Un bel ritratto del tempo che fu.
Il Napoli - 5 giugno 2008
Il calcio e la vita. “Novanta minuti”
Oggi alla Fnac di via Luca Giordano, alle 18 Scrittura&Scritture presentano il romanzo Novanta minuti. Il testo di Domenico Infante assume il calcio a metafora di una vita.
Pulp libri - Luglio/Agosto 2008 n. 74
Novanta minuti - Domenico Infante
Approfittando del lento e appiccicoso trascorrere di una serata estiva, un padre si ritrova con il figlio su un divano in attea dell’inizio di un’ amichevole di calcio pre-campionato; un comodo pretesto per far entrare in campo il passato e spingere i due a fissarsi reciprocamente negli occhi e raccontarsi.”Pochi istanti dopo il televisore acceso era diventato un camino, un antico braciere che spande ombre illusorie intorno a sé e trasforma i due uomini in padre e figlio. L’uno racconta storie vissute o viste con occhi di volta in volta diversi, l’altro è attento a raccoglierne ogni alito, ogni parola, ora diversa e ora uguale alle alre narrazioni dello stesso evento”.
Domenico Infante riporta, con delicata capacità narrativa, il lettore a quei rumori di vita una Napoli -precisamente siamo a Sant’Antonio ai Monti - in piena seconda guerra mondiale, dove c’ è lo sforzo quotidiano corale di strappare alla morte la speranza di risvegliarsi quanto prima da quel tremendo incubo. E’ bravo Infante a non lasciarsi tentare dall’oleografia, riuscendo a descrivere, senza mai scadere nel bozzetto, la folla di personaggi presenti nel suo racconto, ognuno dei quali ha la funzione di accelerare la sensazione di marcata nostalgia per un modo di vivere decisamente lontano dai frenetici ritmi odierni. Seguendo distrattamente l’andamento della partita, i due telespettatori vengono disturbati dal duplice fischio dell’arbitro che sancisce la fine del primo tempo.
All’inizio della ripresa, il padre cede la parola al figlio, che schiera i propri ricordi, sottolineando gli sconvolgimenti portati dal dopoguerra, quando il crollo di alcune case, causato dal cedimento delle fondamenta per le infiltrazioni d’ acqua, sconvolge la geografia di Sant’ Antonio ai Monti e il destino della della voce narrante, consapevole che s’era chiuso dolorosamente un capitolo della sua esistenza. Il boom economico istiga i più giovani a lasciare quei posti e ad abitarli solo con il rimpianto.
Si arriva così alla conclusione della partita che riporta padre e figlio in quella stanza, unendoli nella comune volontà di non spingersi oltre, almeno per quella sera, a scavare nei ricordi, per non restare completamente intrappolati nel passato.
Librincircolo.it
Davanti a un moderno focolare (una tv in cui trasmettono una partita di calcio) un padre e un figlio mettono in scena il passato. Il ritratto ingiallito di una città, di luoghi e persone si fa vivo. Suoni, voci e colori cominciano a raccontare. La Napoli di un tempo si fa palcoscenico di ricordi storici e popolari, che ascoltano atraverso le voci di personaggi quanto mai reali. La guerra il fascismo, la storia che cambia e le persone che sono sempre le stesse (così ci insegna il nonno del protagonista).
La penna di Domenico Infante ha dato vita a un altro romanzo bello quanto il precedente (Cronache del vicolo edizioni Scrittura&Scritture) e non era impresa facile. Trasuda dalla sua prosa, fluida e gradevole, il piacere della memoria, l’essenza di un ricordare in cui la verità e una fantasia ancor più vera si mescolano, a creare il vivido quadro di un mondo che attraversa le epoche e le generazioni. Ma la memoria non è mai rimpianto ed emerge dal mondo di un tempo tutto il bene che ancora sopravvive e che ci dà la gioia di andare avanti tra mille difficoltà. I valori della famiglia, dei rapporti umani più semplici, dell’affetto delle persone, i luoghi, le cose sgorgano, al di fuori di ogni “buonismo”, attraverso una voce intrisa di umanità. Il percorso letterario di Domenico Infante continua dunque nel migliore dei modi e ancora una volta con Scrittura & Scritture, editrice che ha sicuramente riposto in questo autore grandi speranze. Finora mai tradite.
Arcilettore.it
Il racconto è basato su una finzione: un padre e un figlio che guardano una partita di calcio alla televisione. Benché la partita venga giocata e le immagini scorrano sullo schermo, essi non vedranno quella partita ma entreranno nel lungo racconto degli avvenimenti della famiglia in una Napoli che non esiste più. Leggendo queste pagine a molti torneranno in mente momenti simili vissuti realmente con il proprio padre, entrando a fare parte di una storia che non abbiamo vissuto e che ci appartiene. Come il precedente, si tratta di un libro “piccolo” che la scrittura intensa e figurativa dell’autore induce a leggere con lentezza, per poterne gustare pienamente l’indiscutibile bellezza.
qlibri.it
La storia sembra una favola magica, una di quelle che si raccontano ai bambini prima di andare a letto. Protagonista è ancora una volta un vicolo, evidentemente si tratta di un ambiente congeniale all'autore, e con il vicolo gli uomini e le donne che lo popolano. Infante da' vita a un racconto denso e granuloso che potrei definire come una storia di storie. Finita la lettura mi chiedo perchè scriva sempre storie così brevi.
Consigliato a chi ha letto...: Cronache del vicolo
Montedidio
Morso di luna nuova
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