Scrittura & Scritture - Fiori di carta

Se si leggono libri come si stanno ad ascoltare gli amici, ciò che si legge allieterà e consolerà come soltanto gli amici sanno fare.

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Fiori di carta

Carla Marcone

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Lungotevere.net - ottobre 2009
Fiori di carta di Carla Marcone, sentimenti e suspence

I fiori di carta sono esseri piccoli, delicati, variopinti, ma pieni di una vita che non rimane in superficie, su quel foglio che dà corpo alla loro materia, che è unico testimone della loro esistenza.
Quei fiori di carta sanno anche sprigionare tutto il loro profumo, essenza di vite vissute, di mondi visitati, di esperienze sempre diverse per ognuno di noi.Così sono i personaggi di questa storia, "Fiori di carta" di Carla Marcone, edito da Scrittura&Scritture, senza né spirito, né anima, che non possono morire, proprio perché privi di vita. Così è Clara, angelo caduto dal cielo, sorda ai rumori del mondo, così sono i racconti che si intersecano, che si innestano l'uno sull'altro in questa storia, proprio come germogli di fiori di carta. Una catena di episodi, di volti, di esperienze legati l'una all'altra si snodano delineando un universo che sul quel foglio di fronte all'occhio dello spettatore schiude i colori di mondi lontani nel tempo e nello spazio, gli odori di vite crudeli. Piccoli spaccati di vita quotidiana, concreta, ma su cui si sviluppano memorie ancestrali ed elementi fiabeschi, che danno luce alle vicende strazianti dei personaggi. Quadri di vita tra presente e passato, le vicende si riannodano poi tutte su un unico filo che le tiene unite. Il tutto avviene in una prospettiva spaziale imprecisata, un'isoletta senza nome nel Mediterraneo, che fa da sfondo insieme all'eco lontana del ‘68.
Come petali ad uno ad uno divelti dal proprio fiore, così si delineano le storie dei personaggi, a volte sussurrate dolcemente come le parole d'amore più tenere e appassionate, a volte scagliate rabbiosamente come il dolore del mondo. Amore, dolore, destino, disprezzo e orrore diventano i veri protagonisti, preponderanti in quelle vite, ognuna legata ad un segreto nascosto ed indicibile, che intreccia tutte le storie, scoperto solo alla fine, attraverso risvolti metanarrativi e un po' pirandelliani. La scomposizione della figura autoriale, come in uno specchio, mostra la complessità e l'illusione della struttura narrativa ma anche, allo stesso tempo, le grandi potenzialità che dischiude riuscendo a farci immergere nel profumo inebriante di quel bouquet di fiori di carta, che nel racconto assume l'aspetto dei personaggi e delle loro storie. A volte gelido fino a pungere nell'animo, a volte crudo e sanguigno, il racconto si snoda tenendo il lettore sempre incollato alle pagine, sempre con il fiato sospeso o a bocca aperta per la sorpresa. Sicuramente molto avvincente. Lo stile di scrittura è secco, deciso, sicuro, le parole scorrono via in un attimo. Nel complesso il romanzo risulta decisamente originale.

Benedetta Casaretti

Leggere donna Maggio/giugno 2006 - n. 122
Novità in libreria: Fiori di carta Carla Marcone

Succede a Napoli. Un pomeriggio di marzo del 2006, alla Feltrinelli, dove una minuscola montagna di libri color caramella mou aspetta di diventare il bandolo della discussione. In gioco c’ è un progetto editoriale che rivendica palesemente la sua genesi, il logo un microvesuvio rosso stilizzato e un arco sottile di parole che recita Scrittura&Scritture. E’ questo il nome che le due editrici, Chantal ed Eliana Corrado, napoletane manco a dirlo, hanno scelto per l’avventura imboccata poco più di un anno fa; Fiori di carta, invece è il titolo di un romanzo, l’opera prima di Carla Marcone che, forse in omaggio a Dacia Maraini, ne inagura la collana “Voci”. A completamento di un parterre che include anche la stessa autrice, introduce Valeria Parcella, presenza e non solo scrittura (Mosca+balena, Per grazia ricevuta) sempre più tangibile e ricorrente della fucina culturale napoletana e non. Scenario decisamente invitante per un incipit decisamente buono come del resto quello del romanzo: «Mia madre aveva sedici anni e mi sputò fuori dal suo ventre come un boccone amaro». Folgorante. Dal canto suo Parrella, in tasca l’alibi del lettore irreprensibile, che può trarre dalla pagina ciò che vuole porge all’uditorio una personale elaborazione del testo oggetto della serata, dai toni accattivanti: "Ho detto alle editrici che lo presentavo solo se mi piaceva poi mi sarei offesa l’avesse fatto qualcun altro”. Fin qui interessante … Poi interviene lei, l’autrice. Marcone rompe il cerchio delle aspettative, deflagra con l’irruenza di una passione a lungo trattenuta, sfiorando di continuo il margine tra verità e ingenuità, tra inconsapevolezza e densità. Da quel momento i ruoli si frantumano: le domande di Parrella scavano, cercano, sfiorano nuclei cruciali dello scrivere, ma Carla Marcone non vuole saperne, per lei le cose sono chiare, senza sfumature, e non c’è bisogno di girarci troppo sopra: “È questo che vuole uno scrittore, essere pubblicato, essere letto”. E ancora: “In questo libro ci sono io, le mie idee sulla religione, sull’omosessualità, sul bigottismo, ci sono le storie che ho ascoltato da piccola, i nomi delle persone che ho amato. Ho due ragazzi e questo libro è il mio terzo figlio”. Marcone si esprime esclusivamente in maniera emozionale. "Quando scrivo entro in una dimensione diversa. Mi è capitato di perdermi per strada di non capire quello che stavo facendo, perché continuavo a pensare a quei personaggi che erano diventati persone con le quali vivevo e a cui pensavo in continuazione”.
Basta. Ho deciso: lo compro. Chissà cosa mi aspetterà.
Ma adesso lo so. So che per qualche ora non riuscirò a smettere di leggerlo, che non mi lascerà finchè non avro visto la parola fine e che avrò il vago sospetto che una parte di me voglia farsi del male.
La cosa più affascinante sicuramente la struttura: un infinità di capitoli e capitoletti, ciascuno in sé conchiuso (“erano racconti, ma erano molto diversi..” e non c’è modo di sapere altro), eppure caparbiamente abbarbicati l’uno all’altro, una miriade di personaggi, di storie e di frammenti che si sommano, si innestano, si ramificano, anche a romanzo inoltrato, tanto che sorge spontanea la preoccupazione e insieme la curiosità di scoprire se e in che modo questa ambiziosa architettura reggerà. A questo proposito Parrella aveva acutamente pensato alla Parche - le voci chiave del romanzo sono tutte femminili - ciascuna col suo filo, ciascuna col suo fuso, per poi giungere alla conclusione che sì, alla fine tutto torna e, anche se solo all’ultimo capitolo, il romanzo svela un disegno coeso, sciogliendo nel finale il nodo intrecciato nelle prime pagine. Molteplice anche lo sguardo narrativo, capace anche di intersecare, davvero con consumata maestria, racconto in prima e terza persona, storie nella storia e continui andirivieni temporali, veri e propri salti mortali tra passato e presente, senza vuoti né slegature, mantenendo una tensione proterva e costante fino alla fine. Insomma un decoupage molto cinematografico, talvolta troppo esplicito nella sua ricerca di interesse, altre perfetto.
In questa pluralità di forme e di piani, Marcone traccia una tortuosa parabola sul destino. Tutto si concentra su un’ipotetica isola che non c’è, in un posto imprecisato del Mediterraneo, magari con la speranza che siano i lettori a trovarla, come è già avvenuto con Eco, Morante, Stevenson e molti altri.
Qui in un luogo eternamente in bilico tra apertura e isolamento, tra sogno e stagnazione, si incrociano storie estreme, fisiche e ancestrali, avvolte in un tempo congelato e riluttante alla progressione lineare, in cui gli eventi storici reali, come il 68’ o la seconda guerra mondiale, altro non sono che singole cornici in cui racchiudere le stagioni interne ai personaggi.
Storie primordiali di amori assoluti e odi incontenibili, storie di donne una entro l’altra come matrioske, vincende che non lasciano margini alla leggerezza o all’umorismo. Sono racconti talvolta ossessivi nella loro tragicità o ridicoli nel riproporre un macabro ‘800 fuori tempo (come quella di suor Matilde improbabile monaca di Monza+strega cattiva delle fiabe), altrove sono storie struggenti come quella di Clara (Carla anagrammato) e di Linda, in cui le parole scavano senza risparmiarsi fino alle radici di un’esistenza.
Amo decisamente meno la linua, gravata talvolta da un lessico pomposo e obsoleto, capace di sfornare termini come uscio, uccelletto o una giovane e da un aggettivazione spesso obbligata e dunque inerte, nonché da un’acritica ripetizione di modi di dire precotti. Tutto questo se da un lato sposa il tono fiabesco della narrazione, dall’altra appesantisce il percorso di chi si accosta al libro.
E i fiori di carta? La metafora che nutre di sé il romanzo, ampiamente sviscerata dalla stessa autrice, già all’interno del testo si arricchisce ulteriormente dell’interpretazione di Valeria Parcella: “Credo che il fiore di carta di Carla Marcone sia questo libro fatto appunto di petali di carta e se ciò che non nasce in maniera naturale, che non vive, non muore neppure, il romanzo cerca di creare un passaggio tra tra ciò che è vivo e cio che è morto e di spiegarsi che fine fa il tempo al suo interno”.
Allora seguendo questa traccia mi viene in mente…E se quella sera la scrittrice dicendo poco avesse detto tanto? Di certo quel finale un po’ pirandelliano  e insospettabile, quelle pagine nate da e al di là di lei, parlano di questo, di una forza che aspira storie e vita, carta e carne in un'unica fornace, di un destino, murato o sregolato che sia, che inghiotte senza remore autori persone e personaggi (etimo non a caso condiviso) fondendo in un tutt’uno indistinguibile vittime e carnefici. E Clara, alias Rossella, alias Carla, cuoca per gioco, per forza e per passione, non fa eccezione.

Maria Grosso

Progettobabele.it

Amore e odio, destino e rabbia, elementi antitetici che si sintetizzano con armonia in questo racconto di Carla Marcone. Storie, più storie, più volti tra il cielo ed il Mare di un'isola del Mare Nostrum, e pare sentirlo l'odore del mare tra le narici dei protagonisti. Pare vederla la luce che solo a certe latitudini rende il mondo più bello e la vita degna di essere vissuta. E questo racconto, semplice nella sua struttura, ma pregno nei suoi contenuti, di essere letto.
Rossella e la sua curiosità, curiosità femmina, mediterranea. Rossella ed una scatola di latta su cui campeggiano come cerberi bonarii dei girasoli che custodiscono una lettera misteriosa.
Proprio come i petali dei girasoli, la Marcone sviscera dall'interno le piccole storie dei suoi racconti. Piccole perché semplici, intense, non urlate. Piccole perché minuziosamente cesellate, piccole perché mostrano ma non rivelano, se non nel finale, il senso nascosto di ogni personaggio, legato l'uno agli altri, in un intreccio che forma il continente della scrittura narrativa che l'autrice medesima disegna.
La narrazione non indugia sui luoghi comuni dei topoi letterari, rompe il cerchio delle aspettative del lettore, si concede all'irruenza di una passione che sembra a lungo trattenuta, lasciando che realtà e finzione, malizia ed ingenuità si cerchino continuamente, si sfiorino, si confondano per dar vita alle pagine di carta.
Quelle della Marcone appaiono come storie ancestrali, di sempre e di mai, del Mediterraneo e di nessun luogo, di tutto e niente, vicende che non lasciano margini all'umorismo spicciolo o alla leggerezza patetica.
In questo quadro da romanzo della coscienza tipico del 900, a mio parere, tuttavia, mal si inseriscono taluni arcaicismi linguistici e l'uso di una aggettivazione talvolta pesante ed obsoleta che finisce per gravare sulla semplicità stessa che nelle sue storie l'autrice pare voglia esaltare, che poi è l'anima di questa raccolta e dil fine cui ogni esistenza mira per godere del suo posto al sole... del Mediterraneo.

Angelo Angellotti

Librincircolo

Una piccola isola, tuffata nel profondo blu del mare nostrum. Un luogo senza tempo e senza nome. E qui, in questo piccolo microcosmo, si intrecciano vite e storie. Già perché ogni vita ha la sua storia, fatta d’amore, dolore e speranza. Fatta di follia, di crudeltà, di sogno.
È qui che nasce la piccola Rossella, sputata fuori dal ventre di una madre come un boccone amaro.
Ma poi la piccola Rossella cresce,diventa donna. E si fa narratrice. Vuol raccontare, ha bisogno di far conoscere a tutti la sua storia, quella della sua famiglia.
E ci racconta del dolore di sua madre, costretta ad una vita dimezzata dalla malvagità che il mondo le aveva riservato fin dai suoi primi vagiti.
La storia di Maria, nutrice-mamma, anch’essa con un passato di angosce e privazioni. E poi le scelte coraggiose di Sara,e le vicende di Piera, Linda, Elena.
E infine lei, Rossella. La sua di storia. Il suo amore, e quello che si porta nel ventre.
Donne forti, donne vere. O donne fragili, come fiori. Fiori di carta.
Un romanzo al femminile, delicato ed elegante, in cui i racconti si intessono attraverso la tecnica narrativa delle scatole cinesi; e il finale in crescendo, in cui risuonano echi pirandelliani, non può fare a meno di sorprendere.
L’esordio di Carla Marcone ha la capacità di trascinarci, attraverso una prosa scorrevole e godibile, in una dimensione sospesa tra realtà e finzione, tra vita e letteratura.

Gianluca Calvino

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