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Il Riformista - 4 dicembre 2009
Don Carlo in esilio, gli amori illegali del torinese buono
Una terra remota che ispira poesie e fa dimenticare la prigione fascista. Ma non basta: «I medicaciucci» gli vietano di fare il medico, il regime lo trasferisce per lesa maestà al modello famigliare lucano, causa una relazione con la moglie di Olivetti. Lo racconta lo storico Colangelo.
Ricostruisce assai bene tutta la storia della formazione politica e del confino lucano di Carlo Levi lo storico V. Angelo Colangelo, in un volume appena pubblicato intitolato L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti (Scrittura&Scritture).
Scrive Colangelo: “Il 5 maggio 1935 è di nuovo arrestato, questa volta a Torino. In seguito ad alcuni rapporti fiducuari che si susseguono tra il novembre 1934 e il marzo 1935, Carlo Levi è indicato come un elemento di primissimo piano nell’ambito del movimento antifascista torinese e in un promemoria della Polizia Politica del mese di marzo si sottolinea: Da anni il Levi svolge un’attiva e subdola opera antifascista. Elemento intelligente e scaltro, sa abilmente mascherare la sua azione sì da essere difficilmente compromesso.
A Levi viene quindi assegnato il confino nella remota Lucania, precisamente a Grassano in provincia di Matera. Colangelo racconta molto bene il trauma di un così repentino passaggio dalla Torino moderna, industrializzata e antifascista alla Lucania contadina, povera, scelta come provincia di confino proprio in virtù del suo isolamento e della sua arretratezza economica e culturale. Un altro aspetto della sua permanenza in Lucania di cui ci dà notizia Colangelo è quello legato all’attività medica, nel senso che molti contadini, angariati dalla malaria e dalla denutrizione si rivolgevano direttamente a lui per risolvere i loro problemi di salute, a costo di metterlo in difficoltà con i mediocri medici di paese (“medicaciucci”) che infatti, riuscirono a vietargli per invidia, l’attività medica gratuita. Di Don Carlo i contadini si fidavano perché era disinteressato, perché sapeva capirli, a differenza dei “luigini”(proprietari terrieri, podestà) che sapevano solo disprezzarli e ignorarli. Il bel libro di V.Colangelo riporta la copia fotografata di tutti gli atti ufficiali del confino di Carlo Levi in Lucania, nonché un gruppetto di fotografie rare tra cui Levi circondato da tre bambini e Levi circondato da tanti bambini alianesi che lo guardano ammirato mentre dipinge un quadro.
Il quotidiano della Basilicata 7 novembre 2009
Il confino lucano e la svolta di Levi
Spesso in letteratura, quando si affrontano argomenti già affrontati, si corre il rischio di ripetere concetti ampiamente sfruttati, punti di vista desueti. Questa premessa è tanto più necessaria se si considera una figura come Carlo Levi su cui in questi giorni si svolge un convegno organizzato tra Bari, Matera e Aliano.
Ben vengano dunque libri come Cronistoria di un confino di Angelo Colangelo (Scrittura&Scritture p.131 euro 12) un volume agile nelle proporzioni ma da considerarsi strumento indispensabile per chi voglia ricostruire il soggiorno in Lucania di Carlo Levi grazie al contributo di una serie di documenti finora inediti.
L’importanza del lavoro sta proprio nell’utilizzo delle carte d’archivio che rende giustizia di alcuni luoghi comuni, per esempio l’idea di una incomunicabilità tra il medico-scrittore torinese e i rappresentati del potere politico. Dai materiali pubblicati in appendice, infatti, risulta fin troppo chiaro che Levi avesse intavolato con le autorità locali (comunali e provinciali) un fitto scambio epistolare, indizio certo di un pesante controllo esercitato a danno del confinato, ma anche testimonianza di collaborazione, soprattutto in merito a questioni di ordine pratico: i rapporti con i contadini, la facoltà di esericitare la scienza medica (o quella che veniva chiamata “L’arte salutare”), i rapporti con il mondo esterno (familiari ed amici). Ciò che colpisce non è soltanto il fitto carteggio tra i carabinieri e la prefettura, ma che Levi si sia trovato al centro di una sia pur limitata attività artistica; tra gli oltre cinquanta materiali d’archivio ve ne sono diversi in cui chiede permessi per recarsi a dipingere fuori da Aliano, indica al fratello Riccardo quali dipinti esporre alla Biennale di Venezia, chiede alla galleria romana della Cometa tempi e modalità in cui far cadere l’esposizione del propri quadri. Non c’è dubbio che Levi sia stato spiato nella corrispondenza epistolare, soprattutto in quella intrattenuta con i letterati (Alberto Moravia, Giacomo Debenedetti, Mario Soldati, Anna Maria Brizio) e con gli artisti (Enrico Paulucci, Felice Castrati, Francesco Menzio).
Però certamente il volume di Colangelo aiuta a sgombrare i dubbi circa la condizione di isolamento in cui Levi si trova nei dodici mesi trascorsi in Lucania. Sembra un paradiso, ma sarà proprio lo stato di reclusione a maturare nel medico-scrittore di origine ebrea l’adesione a quella particolare civiltà che-scrive Colangelo- è “diversa ma non inferiore”.
In Lucania insomma Levi avrebbe trovato il paradigma di una condizione umana e ne avrebbe fatto il proprio programma di vita, capovolgendo da collaterale a centrale la posizione del paese di Aliano, assegnato dal fascismo a tappa finale del suo confino. Però si tratta di una geografia alternativa a Torino, ma non minore in termini di suggestioni morali. Non a caso “confino” è il vocabolo che Colangelo adopera nei titoli del libro e di alcuni capitoli (di solito è anche il più annoverato dentro le scritture inerenti all’autore del Cristo si è fermato ad Eboli), però qui assume una connotazione ulteriore identificandosi con il concetto di “esilio” (vedi il sottotitolo : L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti) cioè di luogo cui si accede dopo un’uscita da qualcos’altro.
Il rapporto di Levi con la Lucania si manifesta in questo andirivieni tra centro e periferia, tra memoria individuale e identità colletiva, tra allontanamento e vicinanza. E’un rapporto di elementi che trascendono la ragione e invadono il campo della poesia, ma non peccano mai di letterarietà, non perdono il valore della testimonianza umana. Coerentemente con l’impegno assunto diversi anni fa, al tempo di monografia che si intitolava Gente di Gagliano (1994), Colangelo continua la personale indagine nella vicenda di un forestiero, che ha finito per innamorarsi della Lucania e di starci per sempre. Ma lo fa avendo la bussola puntata sulla storia, sul documento, che è l’unica certezza cui aggrapparci quando le parole sovrastano le idee ed è anche un invito a puntellare di cronologie, date, occasioni precise un’esperienza straordinaria, sottoposta però al rischio di revisioni o distorsioni.
la Repubblica - 22 agosto 2009
La personalità dell’autore di “Cristo si è fermato ad Eboli” raccontata nella sua complessità da nuovi documenti d’archivio-Carlo Levi, prima dell’esilio i giorni “glamour”
L’altra faccia di “Cristo si è fermato ad Eboli” si specchia in questa “Cronistoria di un confino”. Cinquantadue documenti d’archivio raccontano l’esilio di Carlo Levi in Lucania, vicenda dalla quale ebbe origine la sua opera più conosciuta. Dieci mesi d’esilio per il trentatreenne medico e pittore amico di Nello Rosselli e Leone Ginzburg. Un piccolo periodo di tempo - Levi avrebbe dovuto scontare tre anni - che però si sarebbe rivelato cruciale nell’esperienza artistica e politica di una delle maggiori personalità dell’antifascismo italiano.
Che a quella terra, dove “nulla di quello che avviene si perde mai anche se sembra uscito dalla conoscenza” (dal racconto “Tre ore di Matera”), tanto lontana dalla Torino della sua formazione, riuscì ad affezionarsi grazie a un’indole che sapeva cogliere il meglio dalle situazioni difficili.
Una spiccata sensibilità che lo salvò dalla miseria sociale di luoghi alla fine del mondo come Grassano ed Aliano, persi nelle argille della provincia di Matera.
Nell’opera è riassunta la carriera intellettuale, tratteggiata dal sodalizio con illustri figure dell’epoca, poi raccontata la parabola lucana e la sua eredità. Un’altalena di sentimenti. Dalla tristezza di “un anno fastidioso, pieno di legittima noia” all’entusiasmo che, in altri momenti, emerge dalla corrispondenza privata: un carattere forte, sostenuto dalla volontà di continuare l’attività pittorica - il suo antidoto, la definisce - che proprio i paesaggi della Lucania stimolavano, lo aiutò a superare i momenti di scoramento in una fiduciosa aspettativa. È la filosofia di vita di Levi, votato all’ottimismo per temperamento. Allegro ed eccentrico tanto da essere, nel dopoguerra, richiestissimo animatore di serate mondane nella New York radical-chic.
Correda il volume una ricca appendice in cui sono riprodotti documenti preziosi per studiosi ed appassionati, tra schede della polizia, lettere e fotografie custodite nell’Archivio di Matera e nell’Archivio Centrale di Stato.
Nato nell’ambito di un gruppo di intellettuali animatori del convegno “L’esilio creativo di Carlo Levi”, svoltosi a Roma nel 2007, il volume di Colangelo si rivela un contributo importante. Lo condensa un saggio dell’autore molto legato al grande amico di Levi Rocco Mazzarone.
Leggendo le lettere che gli inviavano la sorella Luisa e la donna a cui era legato, Paola Levi Olivetti, e guardando i disegni e i quadri di quel periodo, si vede tutto sotto una nuova luce, e non solo il processo che portò Levi a scrivere il celebre romanzo. Soprattutto è colto nel suo farsi il momento formativo di un originale interprete del suo tempo. Voce libera e occhio capace, in grado di illuminare persino quei “cieli ignoti, terre amare, che fanno del tempo che appare un solo immutabile giorno”.
Il Manifesto - 21 luglio 2009
L’iniziativa dello storico Angelo Colangelo con il Parco letterario intitolato
allo scrittore
«Gente di Gagliano», un viaggio nella Lucania di Carlo Levi
I Parchi Letterari, anche se hanno messo radici da ormai un ventennio in Italia, sono a volte bloccati in una logica subalterna alle burocrazie delle amministrazioni politiche, incapaci da tempo di progettare in positivo. Naturalmente i Parchi non sono tutti uguali: in molti di essi vi è comunque possibilità di scoprire, oltre ai tesori legati al personaggio letterario, pubblicazioni di tutto rispetto, spesso veri vademecum per il turista in vena di saperne di più. Ad Aliano (ribattezzato Gagliano nel “Cristo”) c’è il parco letterario dedicato a Carlo Levi e al suo confino in Lucania; per la verità ce n’è una metà perché l’altra metà è a Grassano, altro posto in cui per brevissimo tempo, lo scrittore e pittore torinese, restò confinato. Il Parco Letterario Carlo Levi di Aliano, ogni tanto si arrichisce di un’opera dello studioso Angelo Colangelo, che pubblica avendo a punto di riferimento il Parco.
L’ultima fatica dello scrittore è un’opera che scandaglia i documenti ministeriali e prefettizi del confino di Levi. E ne viene fuori uno spaccato della cultura dell’Italietta fascista quanto mai istruttivo del rapporto cittadino-stato non solo nell’epoca della dittatura ma anche nel pre e post fascismo. Colangelo non è nuovo a studi interessanti usati spesso come vademecum per i visitatori del parco letterario. Ha già pubblicato “Gente di Gagliano-Ritratti di personaggi leviani”, un excursus fra i personaggi veri del paese immortalati nel libro di Levi, e “Un uomo che ci somiglia Ricordo di Carlo Levi nel centenario della nascita”. Sotto l’etichetta dell’editore napoletano Scrittura&Scritture ha dato alle stampe “Cronistoria di un confino L’esilio di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti”. Ed è proprio questa raccolta di documenti del confino dello scrittore torinese che dà ai lettori una visione del tutto diversa del confino come villeggiatura di cui farneticò tempo fa Silvio Berlusconi. E non solo per la «severa sorveglianza» che viene raccomandata dal ministero dell’interno e dalla questura per il prigioniero, ma per le sottili «torture» inflitte al confinato in tutti i suoi movimenti che non siano naturalmente quelli più banali della vita quotidiana. Si va dal divieto di esercitare la professione medica («Si diffida il confinato Carlo Levi a non esercitare anche gratuitamente, in questo comune, l’arte salutare»), a quello di conoscere e controllare tutta la corrispondenza con gli amici scrittori («Pregasi far avere copia di tutta la corrispondenza che il sottoscritto spedisca a Moravia Alberto», raccomanda il prefetto). Certo c’è anche l’Italia contadina e provinciale con la sua umanità che cerca di farsi largo tra le maglie della censura. Come Levi descrive bene nel personaggio di don Cosimo che «stava dietro al suo sportello, alla Posta, …e col suo sorriso pieno di amara bontà…aveva preso l’abitudine, di sua iniziativa, di consegnare di nascosto, a me e agli altri confinati, la posta in arrivo prima che passasse la censura». Ma nell’Italia bigotta e piccolo borghese del fascismo non poteva mancare la censura sulle questioni sentimentali. Lo spostamento da Grassano alla più isolata Aliano avviene infatti come punizione per aver incontrato Paola Levi, sua cugina e moglie di Adriano Olivetta, con cui intratteneva una relazione. «Ritensi opportuno l’allontanamento da Grassano di Levi Carlo perché in quelle popolazioni non sembri che col consenso delle autorità i confinati nel luogo di confino possano mantenere relazioni contrarie agli indirizzi del governo fascista per la tutela della famiglia» sentenzia la prosa prefettizia indirizzata al ministro. E il linguaggio di questi documenti è una miniera di insegnamenti per la formazione della mentalità autoritaria.
riforma.it
Carlo Levi, pittore e medico esule in Lucania
Le vicende biografico-intellettuali di Carlo Levi sono raccontate, sulla base di 52 documenti di archivio (riprodotti in Appendice), da Vito Angelo Colangelo in un volume, fresco di stampa, per i tipi dell’Editrice napoletana Scrittura § Scritture. Si viene a conoscenza, così, della vicenda del pittore e medico mandato dal regime fascista al confino in Lucania, a Grassano, e di lì a poco ad Aliano, sino a fine maggio 1936: esperienze da cui scaturì anche «Cristo si è fermato a Eboli».
«Ma nulla di quello che avviene su quella terra spoglia si perde mai anche se sembra uscito dalla coscienza». Così, Carlo Levi (1902-1975) in un suo testo, Tre ore di Matera, confluito in Le mille patrie, riflette analiticamente su quella arida terra del Meridione d’Italia, da tutti abbandonata ma che divenne la seconda sua «patria», tanto da meritarsi l’appellativo di «torinese del Sud». Grazie al regime fascista, che nel 1935, trentatreenne, lo spedì al confino in Lucania, a Grassano, e di lì a poco ad Aliano, sino a fine maggio 1936, per condono della pena la cui durata avrebbe dovuto coprire tre anni. Le sue vicende biografico-intellettuali sono raccontate, sulla base di 52 documenti di archivio (riprodotti in Appendice), da Vito Angelo Colangelo in un volume, fresco di stampa, per i tipi dell’Editrice napoletana Scrittura § Scritture*.
Levi, infatti, giovane medico torinese, era diventato un pericoloso antifascista, in forza delle sue non punto raccomandabili frequentazioni. Conosce, appena sedicenne, il coetaneo Gobetti, di un anno più vecchio di lui, in quel 1918 che vide i primi numeri di Energie Nove; fu un incontro decisivo: gli insegnò sono parole sue «la morale della libertà». E in tali termini visse da militante «per dovere dei tempi», come egli stesso scriveva fra i più attivi di «Giustizia e Libertà» in quella Torino della Fiat e degli scioperi operai; la Torino di Antonio Gramsci, dei consigli operai e di Ordine nuovo; la Torino dello storico dell’arte Lionello Venturi, del «Gruppo dei Sei» e di Felice Casorati. Proprio Casorati esercitò notevole influenza sulla sua attività pittorica (in quegli anni espone pure a Parigi dove si perfeziona in epatopie e la pittura finì con il diventare la sua vera attività, il mezzo per veicolare passione civile, impegno politico, attenzione verso la «civiltà immobile» del mondo contadino). È pure nipote, da parte di madre, di Claudio Treves socialista amico di Filippo Turati, direttore de La Giustizia (1922-1925), esule in Francia dal 1926. Nel 1924, poi, conosce Umberto Saba, Nello e Carlo Rosselli; una amicizia così puntualizza «propria della prima giovinezza, e che si accresce di una immediata intesa intellettuale e morale, che diventa, senza bisogno di parole, comunanza di pensiero, di sentimento, di linguaggio».
Le premesse da confinato politico ci sono tutte: pensa e fa politica; e non da solo. Alla terra di Lucania, tanto lontana dalla Torino della sua formazione, riesce ad affezionarsi e a metabolizzarla grazie al suo carattere, che sapeva cogliere positività anche in situazioni difficili, animato come era nota Colangelo da un grande equilibrio interiore e da un forte spirito creativo, e non meno agli «antidoti» della pittura e della poesia (in una lettera da Grassano alla sorella Paola chiede materiale pittorico e libri, fra cui la Bibbia da cui mai si separava). Del resto, precisa questi, «Carlo Levi subì una forte influenza sul piano culturale, riguardo, ad esempio, all’approccio al tema del meridionalismo e all’approfondimento della questione meridionale, dalla frequentazione di Gobetti, che si era avvicinato a questa tematica grazie al sodalizio intellettuale con Giustino Fortunato, Benedetto Croce e Gaetano Salvemini».
A Grassano il primo impatto negativo: l’incontro con il podestà Carlo Mazzarella e con i suoi divieti; il secondo, pochi mesi dopo, ad Aliano, paesetto tagliato fuori da tutto traumatico. Eppoi è inequivocabile il divieto di esercitare come medico. Ma Carlo Levi ha idee diverse rispetto ai fantocci del regime; e la sorella, medico, lo aiuterà anche fornendogli tutto l’occorrente per cure adeguate da prestare a uomini donne vecchi bambini. Gli si rivela comunque, per sua stessa ammissione, «un mondo veramente ignoto, lontanissimo da quanto siamo soliti pensare e vedere, con altre abitudini, altri sentimenti e pensieri, altro aspetto delle cose, delle terre, degli alberi delle case. Per quanto riguarda gli uomini […] per ora non posso che lodarmene: e credo davvero che diventerò un grande amatore e estimatore di questa gente di Basilicata». Lo testimoniano i dipinti del confino, che mettono a nudo quelle terre desolate a aspre e quella gente dai volti ruvidi come rocce e aridi come i campi abbandonati dalla pioggia ma non dal sole. Basti leggere Cristo si è fermato a Eboli (1945) o scrutare il Bambino di Aliano o Ragazzo lucano o i ventiquattro paesaggi o le nature morte.
Nella sua opera pittorica, osserva con acutezza Colangelo, «la Lucania diventa l’emblema di tutti i sud del mondo e rappresenta perciò l’idea della lotta che in ogni tempo e in ogni luogo si conduce per l’affermazione dei diritti universali e per la liberazione degli uomini più svantaggiati».
Oramai cieco, insieme a Corrado Cagli e a Renato Guttuso, Carlo Levi riesce a realizzare, nel 1974, quell’opera tematica tripartita da loro donata al complesso monumentale delle Fosse Ardeatine: l’oppressione Cagli, il massacro Guttuso, la liberazione Levi. L’anno successivo Carlo Levi, il medico che scelse l’arte figurativa nelle espressioni pittoriche, muore. Sarà tumulato nel cimitero di Aliano. È il ritorno, definitivo, in quella immobile civiltà contadina abbandonata dalla civiltà urbana e settentrionale.
* V. Angelo Colangelo, Cronistoria di un confino. L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti. Napoli, Scrittura § Scritture, 2008, pp. 136, 11 ill. b/n fuori testo, euro 12, 00.
Corriere della Sera - 23 aprile 2009
Artista e combattente della libertà
L'esilio creativo di Carlo Levi
[…]
[…] il libro di Angelo Colangelo Cronistoria di un confino. L'esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i docmenti (Scrittura & Scritture, pp. 136, € 12) approfondisce proprio il rapporto che Carlo Levi ha avuto con la Basilicata e con il Sud. È un contributo importante perchè pubblica i documenti originali di quell'epoca insieme con un saggio dell'autore che è stato molto legato ad un grande amico di Levi, Rocco Mazzarone. Leggendo le lettere che gli inviavano la sorella Luisa e la donna a cui era legato, Paola Levi Olivetti, e guardando i disegni e i quadri di quel periodo, si vede sotto una nuova luce il processo che portò Levi a scrivere il celebre romanzo Cristo si è fermato a Eboli e il ruolo che egli ha avuto nella battaglia per la libertà e la democrazia.
La voce dei calanchi
Il libro, intitolato "Cronistoria di un confino" del prof. Vito Angelo Colangelo, pubblicato per i tipi di Scrittura & scritture di Napoli e patrocinato dal Comune di Aliano, si articola in quattro parti. Nelle prime due l'autore fa riferimento agli intellettuali che hanno contribuito alla formazione di Carlo Levi, a partire dallo zio Claudio Treves fino al giovane e "scarruffato" Gobetti, ai fratelli Rosselli, a Leone Ginzuburg (solo per citarne alcuni), nonchè agli aspetti più significativi della militanza antifascista intrapresa dallo stesso. Nelle terza e quarta parte, viene messo in rilievo cosa ha rappresentato la Lucania per Levi e quale eredità egli ha raccolto alla fine della propria esperienza di confinato politico. In appendice, infine, sono riportati tutti i documenti dell'esilio, delineandone una ricostruzione storica dall'istanza di confino del 22 luglio 1935 al 26 maggio 1936, giorno in cui Carlo Levi lasciò Aliano.
La lettura del testo risulta agevole in quanto presenta una scrittura breve ma densa di significato e contenuto quale frutto di un sapiente e approfondito studio che l'autore Colangelo, da molti anni, conduce sulle vicende dello scrittore torinese.
Il libro si presenta sottoforma di ipertesto, nei brani, infatti, oltre alle vicende plitiche e culturali vissute da Carlo Levi, vi sono riferimenti storici, geografici ed economici sulla Basilicata, sul copioso numero di confinati politici presso altri comuni della regione, sul numero di abitanti di Grassano e Aliano censiti nel 1936. Il rigore scientifico dei dati consente al lettore di cogliere meglio la distanza che intercorreva tra la città di Torino, che in quel momento rappresentava il motore dello sviluppo culturale, tecnico e scientifico italiano, e le lontane e solitarie terre di Basilicata, che invece erano inghiottite dalla miseria e regolate da un tempo-non tempo, immobile e borbonico.
Il lettore, di vola in volta, viene rimandato ai documenti storici di riferimento che l'autore Colangelo, con attenta ricerca e cura ha organizzato corredandoli di un riepilogo iniziale e di una appropriata didascalia.
Il lavoro, dunque, per la puntuale raccolta di fonti, non solo costituisce un formidabile strumento di ricerca per studenti e studiosi che intendono attingere dati certi su Carlo Levi, ma anche un prezioso tassello che amplifica ulteriormente lo spessore culturale di Vito Angelo Colangelo.
Arcilettore.it
Il breve saggio che l’autore scrive per ricordare, soprattutto ai giovani, la rilevanza intellettuale e politica di Carlo Levi, ha il pregio di stimolare la curiosità del lettore. Anche la prospettiva, che suggerisce Angelo Colangelo, inquadra l’opera di Carlo Levi in modo originale, quella cioè di un uomo, proveniente da Torino ossia la città che più delle altre ha saputo interpretare lo spirito di innovazione che l’industria automobilistica ha stimolato, che si fa fervente e competente conoscitore della causa del mezzogiorno d’Italia. Le conoscenze che vengono citate nella fase di apprendistato del suo antifascismo e il suo avvicinamento al Giustizia e Libertà, da Gobetti a Ginsburg, da Foa a Adriano Olivetti, sono un invito a conoscere meglio questi straordinari personaggi per comprendere meglio la rilevanza che devono avere avuto nella crescita intellettuale di Carlo Levi. Il suo confino, prima ad Grassano e poi ad Aliano, sono fondamentali. La Basilicata è una terra di confine, una periferia abbandonata del regno, che sarà visitata, prima della nascita della Repubblica, solo da Zanardelli (di recente Giuseppe Lupo ha pubblicato un piacevolissimo libro su questo evento “Carovana Zanardelli”, Marsilio editore), in un lungo viaggio che non porterà a cambiamenti significativi, e poi da una breve apparizione di Mussolini. L’isolamento della Basilicata sarà anche il motivo del numero, relativamente rilevante, di confinati in questa zona. La vicinanza con le sofferenze della popolazione, con la sua povertà, le sue credenze ataviche, con una vita che sembra priva di tempo, non solo hanno vita a quel capolavoro che “Cristo si è fermato a Eboli” ma anche, quando diventa senatore della Repubblica, un convinto meridionalista e anche un uomo molto attento al problema dell’emigrazione di quelle zone. Insomma cinquanta pagine, arricchite poi da una vasta raccolta di documenti, che spingono a una serie di riflessioni.
La Domenica di Repubblica - 1 marzo 2009
Carlo si è fermato a Eboli
La Nazione - Il Giorno - Il resto del carlino
Lo scrittore in Basilicata - Ecco le carte 'segrete' di Carlo Levi al confino. Lettere, punizioni, controlli: 70 anni dopo
Non ci sono più segreti.
Il confino di Carlo Levi in Lucania, prima a Grassano e poi a Aliano dove è ambientato “Cristo si è fermato a Eboli”, è raccontato ora, per la prima volta dopo settant’anni, attraverso una serie di documenti pubblicati su concessione del Ministero per i Beni e le attività culturali. Nel volume di Vito Angelo Colangelo, edito a Napoli da Scrittura & Scritture, sono riprodotti integralmente una cinquantina di documenti conservati all’Archivio centrale dello Stato di Roma e Matera.
È il carteggio ufficiale, e spesso riservato, fra ministero dell’Interno, prefettura, questura, carabinieri e podestà.
Ci sono anche le lettere manoscritte e le istanze presentate da Carlo Levi alle autorità.
Il volume “Cronistoria di un confino: l’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti”, pubblicato con il patrocinio del Comune di Aliano, anche se non rivela clamorose novità, ha il pregio di aver riunito tutta la documentazione e di averla messa a disposizione del pubblico. Con l’aggiunta di fotografie dell’epoca dove si vedono, oltre a diverse immagini di Carlo Levi, alcuni personaggi del “Cristo” come il podestà, don Trajella, il farmacista, ma anche il “pisciatoio” e la Balilla dell’americano che prelevò il medico-pittore al ponte Acinello.
La pubblicazione è utile per far chiarezza anche sulle varie date annotate nel “Cristo”. Levi, per esempio, arriva ad Aliano il 18 settembre 1935, e non «un pomeriggio d’agosto» come scrive nel “Cristo”. In realtà questa non era la prima destinazione. Carlo Levi venne arrestato a Torino, per la seconda volta, il 15 maggio 1935. Una spia lo aveva indicato all’Ovra come elemento di primissimo piano dell’antifascismo, legato a Giustizia e Libertà.
Neanche due mesi dopo il capo della polizia lo condanna «al confino per anni 3, siccome pericoloso per l’ordine nazionale».
«Tale Levi Carlo, nato a Torino, dottore in medicina», secondo la nota dei carabinieri, arriva a Grassano, in provincia di Matera, alle 8 del 3 agosto, dove è sottoposto a una «severa sorveglianza». L’arrivo di una donna e la vicinanza della stazione provocano il suo allontanamento.
Il 20 di agosto giunge infatti a Grassano Paola Levi, moglie dell’ingegner Adriano Olivetti, la quale, secondo i rapporti del regime, prende «alloggio in una camera, internamente comunicante, con quella del cugino Levi Carlo». Paola Olivetti va a trovare il fratello Alberto Levi confinato a Ferrandina e il 27 rientra a Grassano. Fra Paola Olivetti e Carlo Levi, secondo il rapporto, «intercorre relazione amorosa».
Si decide quindi l’allontanamento di tutti e due perché «nella popolazione non sembri che col consenso delle autorità i confinanti possano mantenere relazioni contrarie agli indirizzi del governo fascista per la tutela della famiglia». E poi - si aggiunge - Grassano è vicino a «importante scalo ferroviario» attraverso il quale Carlo Levi «ha ricevuto vari bagagli, non passati quindi al controllo della censura». E’ il prefetto che suggerisce il trasferimento ad Aliano. Non c’è motivo per andare ad Aliano. La strada finisce insieme al paese, a 500 metri sul livello del mare, chiuso fra calanchi scoscesi.
Non ci sono negozi, né banche, né alberghi. Gli abitanti sono circa mille e duecento, quasi tutti contadini. L’emigrazione è fortissima. Uomini e bestie vivono in promiscuità, la malaria è una delle principali cause di morte. Le medicine sono care e le migliori cure sono i filtri magici, le pozioni delle streghe, gli amuleti, i riti che si trasmettono solo la mattina di Natale, in un paese dove il becchino è anche un incantatore di lupi.
Il regime vuole l’elenco delle persone con cui Carlo Levi intende corrispondere. Alla fine di ottobre il ministero autorizza la corrispondenza con tutti, ma vieta quella con Mario Soldati e Ottavia Chessa, mentre quella indirizzata a «Moravio (sic) Alberto e Brizio Anna Maria», bisogna prenderne copia senza che Levi lo sappia. Gli si vieta di svolgere la sua attività di medico perché suscita «un certo risentimento da parte dei medici locali». Il balletto delle informative fra Aliano,Matera, Torino e Roma è lungo. Si cerca solo una scusa per impedirgli che porti a termine la campagna contro la malaria cominciata a sue spese.
Il 24 gennaio 1936 il ministero dell’Interno comunica al prefetto di Matera che «al confinato Carlo Levi non deve essere consentito di esercitare in Aliano sia pure gratuitamente l’arte salutare». La diffida del podestà viene notificata l’8 febbraio 1936. Carlo Levi è costretto a firmarla. Ma il giorno dopo scrive al questore, osservando che le condizioni sanitarie del comune di Aliano sono «tali da rendere la mia modesta opera non solo utile, ma assolutamente necessaria. Essa non può essere considerata come un esercizio professionale di interesse privato, ma come un imprescindibile dovere morale, una pubblica necessità, un imperativo categorico della coscienza». La lettera non avrà mai risposta.
Il 9 maggio del 1936 Mussolini proclama l’impero. Il 20 maggio dispone la liberazione di alcuni confinati fra cui Carlo Levi. Che lascerà Aliano con foglio di via il 26 maggio.
Otto anni dopo, a Firenze, durante l’emergenza Carlo Levi scriverà “Cristo si è fermato a Eboli”, destinato a restare una pietra miliare nel dibattito sulle condizioni del nostro Mezzogiorno, il Sud del mondo.
www.Milanocultura.com
Carlo Levi tra scrittura e pittura
Conoscere il confinato torinese attraverso una nuova biografia e i suoi quadri in esposizione a Roma
Carlo Levi, scrittore, pittore, medico, militante antifascista, conosciuto ai più per il romanzo "Cristo si è fermato a Eboli", ma autore di diversi romanzi e raccolte poetiche, viene riscoperto attraverso la pubblicazione di una nuova biografia e il restauro di alcune sue opere pittoriche. La casa editrice napoletana Scrittura&Scritture ha pubblicato da qualche mese “Cronistoria di un confino. L'esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti” di Vito Angelo Colangelo. Il libro ripercorre, scandagliando documenti, carteggi e manoscritti dell’epoca, la vita del confinato torinese ad Aliano, in Basilicata. Ne emerge il ritratto di un uomo determinato e dalla profonda sensibilità, attento osservatore di un mondo ‘lontano’ e arcaico, intriso di tradizioni, umanità e magia. La Fondazione Carlo Levi, a Roma in via Ancona 21, espone dal 5 marzo al 26 giugno alcuni dipinti dell’eclettico torinese, soprattutto relativi al periodo giovanile, negli anni Venti. Le 22 opere esposte sono state restaurate dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma. Mostra visitabile dal lunedì al sabato, dalle 9.00 alle 13.00, a ingresso libero.
www.reportonline.it
Un fresco di stampa edito da Scrittura & Scritture ricostruisce l'esilio lucano di Carlo Levi
Un fresco di stampa edito da Scrittura & Scritture ricostruisce l' esilio lucano di Carlo Levi.
Carlo Levi (1902-75) oltre che scrittore fu pittore fecondo, componendo circa cinquemila quadri; laureatosi in medicina, ben presto preferì dedicarsi alla professione artistica e giornalistica.
Fin dalla giovane età i suoi interessi si concentrarono sull’ impegno politico antifascista, conobbe Gobetti, Rosselli e Ginzburg, partecipando poi alla fondazione di “Giustizia e Libertà”, di cui fu tra i più acuti pensatori: attività che lo condannò all’ esilio in Lucania tra il 1935 e ’36.
Fu proprio questo periodo a fungere da incipit ispiratore della celeberrima opera “Cristo si è fermato ad Eboli”, ove rievoca l’ esilio in una Basilicata che trasforma a simbolo di tutto il Sud e inaugura un nuovo e originale genere letterario, a metà tra la prosa di viaggio e quella di memoria, fra il reportage politico e la denuncia sociale e morale: fu il primo libro del dopoguerra a gettar luce sulla miseria e oppressione del Mezzogiorno italiano, quel lembo di penisola antitetico al Settentrione sotto tutti gli aspetti.
Il saggio di Vito Angelo Colangelo “Cronistoria di un confino” (Scrittura & Scritture, pagg 135, 12euro) ricostruisce attravero i documenti il breve ma intenso periodo trascorso da Levi tra Aliano e Grassano (MT), una realtà fino ad allora sconosciuta ai più, a tratti noiosa, dove cercherà lieto rifugio nella pittura (a questo periodo risalgono 71 quadri): “Dipingevo molte nature morte, e facevo spesso posare i ragazzi, che avevano preso l’ abitudine di venirmi a trovare, e mi giravano per tutto il giorno per casa.
Avrei voluto dipingere anche ritratti dei contadini: ma gli uomini avevano da fare nei campi e le donne se ne schermivano, per quanto lusingate dalle mie richieste”. Nella primavera del 1936 l’ esercito italiano di Mussolini “conquista” l’ Etiopia facendo uso di gas asfissianti e bombardamenti sui civili inermi e il Capo del Governo, per “gentile” e istrionica concessione, dispone la liberazione di undici confinati, tra cui lo stesso Carlo Levi che può tornare nella nativa Torino.
L’ esilio in Lucania verrà ricordato dall’ autore come “tempo immobile” e “nera civiltà”, archetipi e pilastri poetici della sua maggiore opera letteraria del 1945, scoprendo poi di essere diventato “parte integrante di una comunità di cui condivide il peso delle sofferenze secolari e delle pene quotidiane…” . Un' opera assai preziosa che riporta in appendice documenti di Stato, privati e foto d' epoca.
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Tutte le Lucanie del mondo
“Quasi per un atto di magia” Carlo Levi, confinato a Aliano, in quel lontano paese della Lucania dove finiva la strada e per andare oltre si doveva continuare a dorso di mulo, vi è poi tornato per sempre. In quel “silenzioso angolo del piccolo cimitero” tra “le pene e il pianto di un brandello di umanità condannata a un’esistenza senza peccato e senza redenzione” in una terra elevata a simbolo della lotta per l’affermazione della libertà e dei diritti degli uomini più svantaggiati. “Punto inesistente da cui nasce ogni cosa”. Parole di autenticità tra le pagine del nuovo libro dello scrittore di Stigliano Vito Angelo Colangelo: “Cronistoria di un confino. L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti” (pagg136, euro12) per le accurate edizioni (napoletane) Scritture&Scritture.
Nel bel libro, breve storia che una volta finita, si riprende dall’inizio per gustare tutti i segni sparsi nel testo, l’autore traccia un ritratto di Levi intriso di note umane, suonate con l’ armonia di una straordinaria e semplice sapienza compositiva; riesce a ricreare quell’ atmosfera, dagli anni della sua formazione al breve (quasi 10 mesi) ma intenso periodo del confino, prima a Grassano, quindi a Aliano.
Pagine fitte di incontri, avvenimenti, ideali espressi, di vita, di storia Illuminante. Dove si resta incantati dalla capacità suggestiva e generosa vitalità comunicativa di dipingere quell’uomo, esplosione di emozioni, ansia, rabbia,debolezze, desideri dalle tinte forti che si miscelano in un’alchimia di relazioni. Leggendolo è impossibile non raffigurarsi quei luoghi annidati tra le montagne, e il mondo contadino che Levi ha intensamente vissuto, scritto e ritratto. Documenti ricuciti con una certosina perizia, offrono con ricchezza di particolari l’esatto disegno dei tempi di un paese diverso. Il tempo si è fermato a Aliano, fissato in queste pagine, nelle 52 preziose “carte” che testimoniano i momenti salienti del confino di Levi e con le 11 preziose foto (tavole fuori testo) della gente di lì. Dentro questa storia c’è la Lucania che racconta e ascolta, c è il passato su cui si è depositato il presente, senza schiacciarlo. Una vittoria sullo scorrere del tempo.
Ne parliamo (di seguito) con l’autore.
Carlo Levi, la voce di una metafora
Quando ha “conosciuto” Carlo Levi?
“Ho letto per la prima volta, Cristo si è fermato a Eboli, ai tempi del ginnasio. Ero appena arrivato in collegio, a Empoli, nel 1961, quando due dotti sacerdoti, che si occupavano di noi studenti, avendo saputo che io arrivavo dalla lontana Stigliano, in provincia di Matera, mi chiesero se conoscessi il libro di Levi. Alla mia risposta negativa, mi invitarono a leggerlo e a parlarne con loro, man mano che la lettura fosse andata avanti. Quel primo impatto con le pagine del Cristo assunse significati importanti per me, quindicenne, per motivi di studio lontano dalla mia terra, così ben rappresentata dal grande scrittore torinese. Fui molto grato ai due padri scolopi e volli citarli, molti anni dopo, quando ricordai l’episodio, nella mia prima pubblicazione Gente di Gagliano”.
Cosa l’ha spinta a scrivere di lui?
“Nel 1975 andai a insegnare a Aliano e ebbi subito modo di percepire che molte persone nutrivano un forte sentimento di avversione nei confronti di Carlo Levi, cui si addebitava la colpa di aver parlato male, nel suo libro, di Aliano, evidenziandone le miserevoli condizioni di vita. Ciò naturalmente non era vero, o almeno questa era e rimane la mia convinzione. Ma ciò che maggiormente mi infastidiva era il constatare che la maggior parte dei denigratori del libro di Levi il libro non lo aveva mai sfogliato e parlava … per sentito dire! Di questa strana situazione amavo discutere con i miei alunni della scuola media e capii che dovevo far conoscere loro quel libro. Da allora il Cristo diventò il testo di narrativa, anche quando, dopo ventidue anni, andai via da Aliano”.
Quando iniziò la sua avventura leviana?
“Nei miei primi anni alianesi approfittai del privilegio di entrare in contatto con persone che avevano conosciuto direttamente Carlo Levi. Ebbi modo negli stessi anni di scrivere sul periodico locale La voce dei calanchi, fondato su iniziativa del dinamico parroco don Pietro Dilenge, volli presentare così i personaggi più importanti del Cristo leviano, operando un raffronto tra i personaggi reali e quelli letterari. Alcuni anni dopo, considerato l’interesse che i miei articoli avevano suscitato, uscì un saggio, Gente di Gagliano, che fu prefato dal meridionalista Giovanni Russo e ebbe molto successo, tanto da essere tradotto in tedesco da Christa Droth Wagner, una professoressa originaria di Monaco che insegnava all’Università di Leeds”.
Rispetto per la gente di Basilicata?
“Già in questo mio primo lavoro mi sforzai di dimostrare che erano ingiuste le accuse
mosse a Carlo Levi non solo dagli alianesi, che provavano risentimento verso di lui, ma anche da molti critici, che spesso per pregiudizi ideologici continuavano ad interpretare erroneamente, la rappresentazione leviana della società contadina meridionale. Sono sempre convinto, infatti, che nei riguardi della cosiddetta civiltà contadina, Carlo Levi abbia avuto un atteggiamento di grande correttezza: accostatosi ad essa con molta curiosità, ma anche con molto rispetto, non solo non intese denigrarla, ma per molti versi ne esaltò i valori attraverso la sua opera letteraria e pittorica e comunque non la considerò mai una civiltà inferiore, ma una civiltà diversa rispetto a quella urbana. E le assegnò alla fine una funzione metaforica, capace di rappresentare molte altre realtà: la Lucania diventò perciò il simbolo di molte altre Lucanie sparse nel mondo”.
“Altre abitudini, altri sentimenti e pensieri, altro aspetto delle cose, delle terre…”. Trova che è ancora così?
“Ovviamente sia il Sud, sia Aliano hanno conosciuto profondi mutamenti, e non tutti positivi, rispetto ai tempi in cui Levi visse l’amara esperienza del confino. Tra gli elementi negativi basti pensare al tumultuoso passaggio dalla società contadina alla società industriale. Facendo riferimento ad Aliano, penso che chi la visitasse oggi, stenterebbe a riconoscerla, perché è radicalmente cambiata ciò grazie alla meritoria attività degli attuali amministratori, che ne hanno migliorato l’assetto urbano, avendo la perspicacia di salvaguardare il centro storico, e hanno creato una serie di strutture, che possono davvero concorrere ad un soddisfacente sviluppo del turismo culturale. Elemento importante di crescita, benché non risolutivo di problemi complessi e spesso drammatici.
Qualche cambiamento sarebbe auspicabile sul piano dei comportamenti e degli atteggiamenti collettivi: la rinuncia al pettegolezzo, alla critica fondata sul pregiudizio, allo scetticismo paralizzante, alla fatalistica rassegnazione, vizi antichi che purtroppo segnano ancora frange della comunità, è un obiettivo non ancora pienamente raggiunto…”
Ha scritto tanto su Levi…
“Con questi intendimenti ho scritto successivamente altri libri come Un uomo che ci somiglia, sulla vita e sull’opera di Levi nel centenario della sua nascita, e recentemente Cronistoria di un confino, utilizzando i documenti che alcuni anni prima erano stati recuperati su iniziativa della Proloco alianese allo scopo di creare un Museo storico su Carlo Levi e che adesso hanno trovato una sistemazione più razionale nella sede della suggestiva Pinacoteca istituita dalla attuale Amministrazione Comunale, guidata dal sindaco Antonio Colaiacovo. Ma anche il corposo capitolo che in Migrazioni e migranti, edito da Scrittura & Scritture, ho dedicato al tema “Carlo Levi e l’emigrazione”, intende confermare l’idea dell’autenticità del rapporto che l’intellettuale torinese continuò ad avere con il Mezzogiorno e la Lucania per tutta la sua vita”.
Cosa significa per lei scrivere?
“Mi è sempre piaciuta la considerazione di chi ha affermato che l’importanza dello scrivere risiede nel fatto che permette a chi scrive di costruire e tenere in vita un dialogo continuo con se stesso e con gli altri. Io amo spesso ricordare, a me stesso prima che agli altri, che pubblicare un lavoro presuppone la coesistenza nell’animo di chi scrive di un duplice contrastante sentimento, di presunzione e di umiltà: un vero ossimoro, dunque. L’autore di una qualsivoglia opera letteraria presume che ciò che egli scrive possa incontrare l’interesse di un numero più o meno grande di lettori, con cui va a dar vita a un dialogo ideale; e per ciò deve avere poi l’umiltà di sottoporsi al giudizio dei lettori, accettandone anche le critiche più aspre”.
Prossimi programmi letterari?
“Sto lavorando intorno all’idea di scrivere una storia del Premio Letterario Nazionale “Carlo Levi”, istituito a Aliano vent’anni fa ad opera della Proloco e del Circolo Culturale “Nicola Panevino” e gestito attualmente dal Parco Letterario “Carlo Levi”, proponendo, oltre alla storia del Premio, che ho avuto la fortuna di vivere direttamente fin dall’inizio, un profilo dei ventiquattro vincitori e delle loro opere. Il lavoro mi sembra intrigante e utile, considerati l’autorevolezza e il prestigio dei premiati: da Franco Rosi a Raffaele Nigro, a Piero Guccione, ad Alberto Bevilacqua, a Giuseppe Pontiggia, a Raffaele Crovi, a Gerardo D’Ambrosio, a Stefano Rodotà, a Giorgio Montefoschi, a Vincenzo Cerami, a Gianni Oliva, tanto per citarne alcuni. Un vero stuzzicante florilegio, molto rappresentativo del panorama letterario ed artistico del nostro secondo Novecento!”
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